Dagli albori underground agli allori odierni: per capire lo stato di salute di un modello di evento sempre più partecipato ne abbiamo parlato con addetti ai lavori e visitatori
A cura di Francesco Orini, Diego Sorba e Patrick Uccelli

 

Le fiere di settore che da più di un decennio supportano il movimento dei vini cosiddetti naturali rappresentano un aspetto di primaria importanza della filiera economica del vino. Non esiste, infatti, un momento in cui il vignaiolo si presenti in maniera più eclatante al pubblico. Incontrandolo, prestandosi al dialogo, indossando le vesti dell’uomo comune e non più l’armatura del suo prodotto finito (la bottiglia, il nome, l’etichetta). In una parola, mettendoci la faccia.

Il primo piccolo esodo dal Vinitaly avviene nel 2003 al centro sociale La Chimica di Verona con la prima edizione di Terra e libertà/Critical Wine insieme a Luigi Veronelli. L’anno seguente la diaspora prosegue con la prima edizione di Villa Favorita. Nasce così un approccio diverso tra il vignaiolo e il consumatore. Questo battesimo off sarà seguito già l’anno immediatamente successivo da uno scisma, da cui ha preso il largo nel corso degli anni una serie di nuove manifestazioni che nel tempo si sono allargate a dismisura – alcune di queste purtroppo non hanno resistito alla concorrenza, o semplicemente sono implose per problemi di carattere organizzativo-gestionale, altre invece prosperano veleggiando verso il tutto esaurito.

E se il pubblico di questi eventi poteva inizialmente essere definito di stampo amatorial-pionieristico, oggi sempre di più, visto anche il meritato successo dei vini in oggetto e il diffuso boom del going green in cui anche il fenomeno del vino naturale si inscrive, si sta facendo numeroso e sempre più specializzato.

Ma attenzione: se raggiungere un bacino di potenziali bevitori sempre più ampio era uno degli obiettivi dei dissidenti del Vinitaly, nondimeno non esiste ingrandimento senza conseguenze e il rischio di perdere la bussola (ideologica, qualitativa, critica) di queste manifestazioni è più che mai concreto.

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Matteo Massagrande, La finestra sul giardino (2012)

IL QUESTIONARIO

 

Al fine di raccogliere testimonianze, punti di vista, spunti significativi e prezioso materiale documentale, è stato redatto un questionario, inviato a un vasto campione di contatti tra organizzatori di eventi dedicati al vino naturale, produttori aderenti a questo tipo di manifestazioni, pubblico privato e ristorazione.

Tutte le domande erano sostanzialmente mirate a sviscerare alcuni aspetti secondo noi cruciali, così schematicamente riassumibili:

  • tipo di affluenza alle manifestazioni nell’arco di un anno o numero di manifestazioni organizzate fino a oggi;
  • tipologie di domanda e offerta delle fiere e modalità di selezione degli espositori;
  • esito diretto e secondario delle manifestazioni e grado di soddisfazione o insoddisfazione raggiunto, con annessa spiegazione;
  • tipologia di pubblico e produttori presenti;
  • stima del numero di pubblico e produttori presenti, con lo scopo di ottenere le condizioni per una migliore fruibilità del tempo a disposizione;
  • opportunità o meno (e relativo successo o insuccesso) di una giornata dedicata esclusivamente agli operatori del settore;
  • questione della vendita di bottiglie in fiera (tipologie di incentivazione, criterio dei prezzi, aspetti conflittuali tra pubblico e ristorazione);
  • maggiore o minore interesse da parte del pubblico delle fiere alla possibilità di acquisto diretto oppure al loro aspetto conviviale;
  • eventuali proposte alternative al modello finora in uso (biglietto d’ingresso, degustazione al tavolo e rapporto frontale espositore-visitatore);
  • positività o negatività del numero sempre crescente di produttori espositori e pubblico pagante;
  • necessità o meno di organizzare eventi collaterali alle fiere atti a un ulteriore approfondimento degli aspetti culturali del vino.

Come in tutti i quiz che si rispettino, infine, è stato proposto il domandone finale da un milione di dollari, che vi sveleremo più avanti.

Una doverosa specificazione: non sono state prese in considerazione le principali fiere quanto a storicità e afflusso di visitatori, cioè ViniVeri a Cerea e Vinnatur a Villa Favorita. Essendo queste manifestazioni una diretta emanazione delle rispettive associazioni di produttori cui fanno riferimento, è chiaro che esse rispondono primariamente alle esigenze comunicative, promozionali, economiche, ideologiche delle associazioni stesse. Pertanto nel nostro lavoro di analisi e discussione abbiamo deciso di concentrarci principalmente su altre manifestazioni, che chiameremo per convenzione indipendenti.

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Matteo Massagrande, Interno (2007)

LE RISPOSTE

 

I Produttori
Pragmatici, coinvolti, disillusi, partigiani, preoccupati: furbacchioni a parte, la storia del vino continua. 

 

Dato inconfutabile, a dimostrazione del coinvolgimento diretto, consapevole, voluto con la materia di discussione, i vignaioli rappresentano il 50% esatto delle risposte al nostro questionario.

Partecipi, attivi, sono anche quelli che hanno scritto di più, a riprova ulteriore che ci sono aspetti da discutere, dettagli da dibattere, soluzioni da proporre, quindi una sostanziale voglia di non fungere da marionette.

Ecco un elenco di alcuni spunti estrapolati dai loro interventi:

  • l’interesse maggiore dei produttori è rivolto alle categorie Ristorazione/Enoteche e Importatori: circa l’80% delle risposte assegna a entrambe il grado massimo di valore, mentre la voce Privati, pur se ben considerata, rimane a un livello di gradimento leggermente inferiore;
  • la questione del prezzo applicato in fiera alle bottiglie registra la maggiore confusione: alla domanda: «A che prezzo vendi al pubblico il tuo vino in una fiera-mercato?» le risposte oscillano visibilmente tra uno sbrigativo «Prezzo operatore IVA compresa» e un irreprensibile «Allo stesso di cantina, che deve rispettare il lavoro dei clienti rivenditori, ovvero il 40% più IVA del prezzo Horeca», o ancora vanno dal rigoroso «Alle fiere applico lo stesso prezzo che applico ai privati in cantina» all’ondivago «Più o meno lo stesso prezzo al quale lo acquistano i ristoratori», fino a un camaleontico «A seconda della fiera, tra i 15 e i 25 euro», e a un lapidario «Non vendo al pubblico»;
  • interessante notare come alla voce Altro riguardo alla tipologia di promozione sia commerciale che culturale del loro operato, i produttori abbiano saputo fornire idee concretamente alternative (non altrettanto si può dire invece delle categorie Pubblico e Operatori): alcuni di essi hanno addirittura avanzato proposte di lavoro/stage in azienda o visite di aggiornamento all’estero per confrontare modalità produttive diverse dalla propria, mentre chi sta meglio economicamente o gode di un consolidato mercato all’estero trova utilissimi i portfolio tastings presso gli importatori di zona.

In risposta al quesito: «Trovi che il fatto che ci siano così tanti produttori presenti alle fiere sia un fattore positivo o negativo e perché?», si è registrata una netta maggioranza del concetto «Più siamo, meglio è» (unica clausola: aumento della quantità solo a patto di non compromettere il livello di qualità della manifestazione).

Alcuni produttori affermano, inoltre, di aver preso la decisione di diminuire le loro presenze alle fiere, causa i costi elevati non solo dello spazio espositivo, ma di tutta l’organizzazione logistica (trasferta, cene, pernottamenti, carburante). E anche a causa delle condizioni espositive, molte volte non del tutto adatte agli scopi («In molte fiere lo spazio e l’acustica sono proibitivi. Spesso anche per l’aria stantia diventa difficile degustare dei vini in modo professionale. Non è facile poi approfondire sul posto le relazioni con chi visita la fiera»).

Riguardo all’estensione di molte manifestazioni, che prevedono un terzo giorno dedicato esclusivamente agli addetti ai lavori, più importante del malcontento inerente al numero effettivo degli operatori presenti (secondo alcuni sempre al di sotto delle aspettative) è un elemento che troppo pochi risaltano, perché forse – ci auguriamo – sottinteso:

«Una fiera di questa durata è davvero troppo. Assentarsi da aziende a conduzione prettamente famigliare per tre giorni è eccessivo!».

Vedere alla voce: Sincerità.

 

Il Pubblico
Appassionato, talvolta al limite del compulsivo, oppure inconsapevole, cioè immaturo; slirato o spendaccione, l’importante è non mancare.

 

Le risposte del pubblico sono le più importanti. È per incontrarlo che si fanno le fiere. Lui ricambia con affetto sincero e sorride, parla, chiede, annota, impollina, ritorna, si diverte. Stasera andrà a coricare al fresco le nuove preziose acquisizioni della sua riserva personale. Domani stapperà con gli amici a casa propria. A volte si farà vedere in azienda. Sempre si ricorderà di ciò che gli è piaciuto.

 

Il pubblico è uno strano essere, capace di mantenere uno sguardo lucido e obiettivo, ma anche a volte di farsi poche domande:

 

«All’inizio, in questi eventi sui vini naturali, c’era tempo e spazio per stabilire un dialogo, banchetto per banchetto, produttore per produttore, vino per vino. Ultimamente diventa difficile anche solo immaginare di poterlo fare. Le fiere sono ormai diventate una bolgia, specie il sabato. Non ha senso sgomitare per un calice».

(Premio Oggettività)

 

«Trovo che il diffondersi della sensibilità al “naturale” sia un fatto positivo, anche se inevitabilmente c’è chi cavalca l’onda. È difficile distinguere per il neofita, a volte anche per l’operatore esperto, che ha solo i suoi sensi più allenati per smascherare i parvenus. Il ruolo degli organizzatori è essenziale: selezione, rappresentatività, eterogeneità, ma sempre seguendo un fil rouge, un manifesto, un codice di coerenza».

(Premio Critica costruttiva)

 

«Considero queste fiere un’occasione per rivedere vignaioli con i quali ho stretto rapporti anche di amicizia, per conoscerne di nuovi e per fare una bella e variegata scorta di bottiglie, anche se i miei enotecari non sono dello stesso avviso…».

(Premio Fai da te)

 

«Un’ultima annotazione: molti dei nostri produttori preferiscono esportare grandi quantità del loro prodotto dati i prezzi di vendita che si riescono a spuntare con i compratori esteri».

(Premio Disinformazione1)

 

Come dire, sul pubblico ci pare si debba investire ben di più. Stimoli, diversificazione, meno calici, più ascolto.

  1. È più per le maggiori quantità minime richieste che l’export “tira”. In materia di esportazione, infatti, i listini aziendali, proprio in ragione di questi volumi, tendenzialmente offrono prezzi di gran lunga inferiori a quelli applicati alle distribuzioni su territorio nazionale o alla ristorazione locale.

Gli Operatori
Arroccati, passionali, pigri o impigriti, galantuomini o figlidibuonadonna quali sono, o vivono e lasciano vivere, oppure s’incazzano.

 

Appartenenti anch’essi alla categoria Pubblico, rivendicano – senza averne necessariamente diritto (ma se fanno bene il loro lavoro, un po’ forse ne hanno) – uno statuto di maggiore nobiltà rispetto al normale pubblico pagante.

Innanzitutto, molti ritengono che a loro, e soltanto a loro, dovrebbe essere accordato quello ius primi pretii che volgarmente chiameremo “prezzo operatori” (da scontare, possibilmente).

Abbiamo già visto che i produttori assegnano alla macro-categoria degli operatori il massimo indice di interesse e gradimento, accanto a quella degli importatori stranieri e dei distributori.

Ora, è proprio con i ristoratori e gli enotecari virtuosi che si stabiliscono sinergie non occasionali. Sono loro i portavoce delle scoperte e delle novità sui diversi territori, loro che rappresentano, nei migliori dei casi, quella sorta di protesi che l’azienda di per sé non potrebbe permettersi.

Quindi, in qualche modo, ci pare possano avere delle ragioni.

Sono gli stessi, tuttavia, che spesso non lasciano intendere a che gioco vogliano giocare:

«Credo che il messaggio stia contagiando anche i grandi produttori, molti sono sensibili a questo discorso, anche se probabilmente ci arrivano perché ne intravedono una via commerciale da sfruttare. Comunque sia lo trovo positivo. Col d’Orcia [140 ettari per 700.000 bottiglie prodotte, NdR] è 100% biologica dal 2013. Trovo positivo che un’azienda così grande abbia scelto questa via. Magari i canoni per diventare bio sono laschi, ma poi sarà più facile in futuro restringere maggiormente il concetto».

(Premio Ottimismo)

 

…che non fanno abbastanza:

«Il fatto di avere così tanti produttori presenti alle fiere credo sia un fattore positivo. Al pubblico dà la possibilità di poterli trovare più facilmente in seguito, a noi toglie la fatica di andarli a scovare».

(Premio Sai che fatica)

 

…che, semplicemente, esagerano:

«I produttori devono produrre e far conoscere il loro prodotto, le enoteche/ristoranti vendere e diffondere il messaggio, i privati bere e comprare (nelle enoteche/ristoranti)».

(Premio Asso pigliatutto)

 

Il senso critico non è mai abbastanza: all’operatore interessano i lati commerciali. Se però questo è il suo unico orizzonte, scusate, ci pare poco.

 

Gli Organizzatori
Volenterosi o inesperti, visionari-suicidi oppure ambigui, capita che alcuni perdano di vista l’aspetto culturale del vino, ma mai i numeri.

 

A questa categoria, proprio in ragione di un coinvolgimento così reiterato e profondo, abbiamo voluto chiedere di più di un semplice questionario, invitandone alcuni a partecipare a una tavola rotonda per sviscerare ulteriormente problematiche, dinamiche, previsioni, punti critici e bilanci.

Subito un motivo di delusione: al momento dell’incontro, nonostante il campo fosse palesemente neutro, una delle parti ha esternato aggressivamente una rivalità che non fa altro che tradire il solito pastiche all’italiana di divisioni, inimicizie, invidie, fazioni – riflesso perfetto e preciso delle dinamiche interne alle varie associazioni che essi stessi affermano di essere in grado di travalicare sotto l’egida, anch’essa teoricamente neutra, delle fiere da loro organizzate.

Plaudendo invece alla pacatezza, nonché indiscutibilmente maggiore collaboratività degli altri membri interpellati, va detto che tutti gli organizzatori alle loro prime prove sembrano essere stati mossi da una sorta di “fuoco sacro” (comprensibile, il vino è materia di vera passione) per diffondere un messaggio condiviso.

Queste, in sintesi, le linee-guida che hanno portato alla nascita degli eventi chiamati Fiera o Salone dei vignaioli naturali indipendenti:

  • desiderio di uscire dagli schemi di un’enologia trita e ritrita e di dare visibilità a un modo diverso di concepire e praticare la viticoltura;
  • senso dell’amicizia e voglia di celebrare il vino con una grande festa;
  • portare a conoscenza nuove culture viticole ed enologiche in zone apparentemente restie all’apertura;
  • permettere, ma soprattutto favorire, l’incontro tra produttori e privati, e conseguentemente l’acquisto diretto di scorte di vino bypassando i canali commerciali secondari (enoteche, rivenditori), in palese linea con il modello francese dei Salons des Vignerons Indépendents.

Un organizzatore – unico tra tutti – ha annoverato anche l’aspetto economico tra le sue motivazioni (nella fattispecie, questi svolge una piccola attività di distribuzione di vini nella città in cui opera). Premio Trasparenza.

 

Questa positività degli albori si è dovuta misurare, negli anni, con una serie di problemi di carattere organizzativo (location, personale, servizio, afflusso, numero dei partecipanti), contenutistico (difficoltà nel mantenere la purezza degli esordi, incapacità di sapersi rinnovare, voci discordanti riguardo un’effettiva riuscita e una corretta comunicazione del messaggio primigenio) e concorrenziale (proliferazione delle fiere, concomitanza di svolgimento, prossimità geografica).

A differenza di alcuni organizzatori, per i quali è motivo di grossa preoccupazione, noi crediamo che l’aumento e la concomitanza delle fiere dovrebbe se mai favorire un innalzamento della qualità dei servizi offerti ai produttori, che sceglieranno di conseguenza a quali aderire.

Per quanto concerne la tipologia di selezione delle aziende invitate, spesso ci troviamo di fronte a maglie piuttosto larghe: le modalità di scelta sono generalmente subordinate a una “carta dei requisiti fondamentali”, ma a noi pare molto difficile, quando non fantascientifico, pensare di stabilire criteri oggettivi nella scelta dei vini che partecipano alle fiere. Vengono analizzati campioni precedentemente inviati? C’è qualcuno che pensa davvero di essere in grado di riconoscere all’assaggio la presenza di lieviti selezionati? Al contrario, invece, l’unico parametro sensato parlando di contesti realmente indipendenti non potrebbe forse essere, paradossalmente, la pura simpatia, che si traduce in un’affinità di intenti? Un organizzatore dovrebbe sempre conoscere bene i produttori e i vini che invita a casa propria, laddove invece affidarsi a parametri standard lascia ampio gioco a chiunque decida di infiltrarsi o di attaccarsi al carro.

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Matteo Massagrande, La stanza verde (2012)

IL SENSO DELLA DISCUSSIONE

 

È doveroso riconoscere che a rendere operativa la diffusione del verbo di un vino “diversamente buono” sono stati l’intuito, l’impegno, la serietà — talvolta ai limiti dell’abnegazione — con cui una manciata di persone su territori diversi si sono prodigate e continueranno a prodigarsi nella messa in scena di ciò che di più interessante, o più nuovo, o più consolidato propone il panorama vitivinicolo inscrivibile nell’ormai sempre più complicata sfera del vino naturale.

Le fiere hanno fatto il bene di questi vini, hanno provocato recensioni e tam-tam mediatici, hanno regalato momenti di benessere a migliaia di presenti, hanno saputo farsi cassa di risonanza di un movimento ancora lacerato e poco chiaro nei suoi indirizzi, spesso in località impervie, hanno scommesso sulla capacità delle persone di mettersi in viaggio per andare a seguire, naso all’insù (e fin lassù), l’odore e la bellezza del vino.

Cerchiamo però di comprendere se la mission delle fiere, cioè la comunicazione verso l’esterno, abbia un risvolto anche sul piano economico delle aziende che vi partecipano.

È ragionevole pensare che questa sia una domanda destinata a rimanere senza risposta, ma nonostante questo crediamo sia doveroso porla.

Senza una visione elaborata, sviluppata dal movimento stesso e perciò condivisa, che indichi una direzione, uno o più possibili obiettivi all’interno di uno spazio temporale, la missione (ovvero quello che i produttori comunicano ai consumatori) risulta svuotata.

Il rischio, insomma, è di cadere in una sorta di autoreferenzialità, nella quale i partecipanti (produttori, organizzatori di fiere ed eventi, ma anche visitatori stessi) si danno pacche sulle spalle a vicenda, raccontandosi quanto sono bravi, ma dimenticandosi forse troppo velocemente che il restante 99% del mondo ascolta, diffonde, ma soprattutto pratica un altro verbo.

Per questo è lecito chiedersi se i contenuti che si riescono a offrire durante questi eventi corrispondano (ancora) a una visione comune o se sia necessario ridefinirla, se il green washing in atto in tutto l’universo del commercio abbia scolorito anche il messaggio originario e se le fiere facciano davvero l’interesse di chi vi partecipa (produttori e visitatori) oppure ormai solo di chi le organizza.

Dalle domande scaturiscono sempre altre domande: come si può migliorare il servizio, anche culturale, alle fiere? Come si può incentivare la vendita delle bottiglie al banchetto? Come si può riuscire a evitare che l’attenzione si fissi in maniera monotematica su aspetti facilmente individuabili ma niente affatto esaurienti (seppure centrali) come i lieviti e la solforosa? Come si può radicare la conoscenza delle problematiche inerenti al tema della viticoltura rispettosa del suolo e dell’ambiente?

Queste sono alcune delle tematiche su cui tutte le fiere devono e possono fare molto di più.

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Matteo Massagrande, Androne (2008)

LE PROSPETTIVE

 

È a questo punto che ci sembra opportuno raccogliere le risposte più significative al “domandone finale”:

«Alla luce del numero sempre più crescente di manifestazioni legate all’ambito dei vini cosiddetti naturali, ritieni che la forza rivoluzionaria del messaggio originario (vini viventi, basso impatto ambientale, minimi interventi di manipolazione, ecc.) trovi effettiva corrispondenza in una reale consapevolezza da parte di tutti gli attori (vignaioli, pubblico, società), oppure senti aria di crisi di forme, contenuti, valori, prospettive?»

 

Produttori

«Vorrei che l’uomo fosse più al centro. Vorrei che il metodo di lavoro fosse un presupposto talmente forte e radicato da non dover essere più l’unico centro d’attenzione. Tornare all’umanità di questo lavoro, ai valori trasversali, culturali e sociali di chi fa questo mestiere. A volte dietro una semplice analisi multiresiduo può annidarsi un mostro. Meno parole, più contatto visivo!».

 

«Avverto che la moda e la non approfondita informazione sulle vere problematiche legate al nostro mondo siano terribilmente deleterie per una corretta informazione e educazione legate ai vini naturali. Ad esempio, molto rumore per la solforosa aggiunta o meno, quando non si fa attenzione alla vera fertilità dei suoli o al rispetto della pianta vite».

 

«Credo che i valori siano passati in secondo piano e sia nato uno stile produttivo con un gusto ben preciso (o impreciso, come direbbe qualche enologo della vecchia guardia). Sicuramente quel fuoco sacro che ardeva nei primi anni si è un po’ spento, anche a causa della presenza dei mercanti a livello organizzativo di molte fiere. Il messaggio si è ridotto a che lievito usi e se fai macerazione. Non si è cambiato il mondo, ma ci si è accontentati di rendere sempre più verde il proprio giardino, scegliendo di restare in una nicchia che per ora sembra dorata, ma prima o poi arriverà una nuova moda».

 

In tutti questi anni, in effetti, non si è riusciti a spostare di molto il dibattito dalle pratiche di cantina, mentre il metodo di lavoro dei suoli è argomento tutt’altro che consolidato. L’intento delle fiere era quello di mostrare la differenza tra un’agricoltura “sana” e una industriale, ma alla fine troppo spesso i produttori hanno riportato il dialogo solo alle pratiche di cantina, lasciando il racconto del lavoro di campagna più ad aspetti evocativi che di educazione pratica verso il consumatore. L’aspetto culturale e sociale è spesso quello che rimane più inesplorato.

Ma leggiamo anche:

 

«Non sono convinto del messaggio già in partenza. Vino naturale: non so bene cosa significa. Il vino deve essere un’emozione, un piacere, tutto il resto è secondario. Se poi per raggiungere l’obiettivo c’è chi lavora poco l’uva in cantina e c’è chi la lavora molto, non è una questione che mi stuzzichi più di tanto. La crisi di forme, contenuti, valori c’è se ci si costruisce intorno una staccionata di definizioni (naturale, biologico, biodinamico), condizioni di lavoro in vigna e in cantina (no solfiti, sì solfiti… ma quanti? Lieviti indigeni o commerciali?) e tutto questo diventa il messaggio primario. Invece credo che la curiosità del consumatore debba essere diretta verso l’unicità di ogni produttore, della sua uva, del suo territorio, del suo modo di vinificare, senza creare distinzioni fra chi è biologico e chi non lo è, fra chi produce mille bottiglie e chi ne produce un milione. E qui entra in gioco il lavoro dell’oste, del ristoratore, del giornalista, del sommelier, che possono semplicemente seguire l’onda delle mode oppure indagare, creare e divulgare un giudizio personale per ogni produttore con cui entrano in contatto».

 

Eccolo qui il grande equivoco: ridurre tutto a una questione di gusto, come se questo da solo potesse essere rivelatore di qualità ed eticità. La distinzione tra chi produce mille e chi un milione di bottiglie va fatta, non possiamo ridurre la questione solo al contenuto della bottiglia. Stiamo parlando di un modo altro di stare al mondo, che esula dalle dinamiche di mercato attuali. Non basta che il vino sia buono o il produttore simpatico: il messaggio primario, siamo d’accordo, non deve essere basato sui lieviti o sui solfiti, ma su un cammino fatto di costanti domande, sull’attenzione nei confronti di quello che ci circonda.

 

Operatori, pubblico, organizzatori

«Ho la percezione di un fenomeno molto sentito e partecipato. Come tutti i fenomeni di massa ha parecchie contraddizioni, ma rispetto agli anni passati mi sembra che ci sia più consapevolezza da parte dei produttori e più voglia di sfidare le stesse mode che a volte sarebbe più conveniente cavalcare… Credo anzi, tornando alla domanda, che queste fiere debbano uscire dal registro di anti-fiera o off e diventare degli appuntamenti sul vino, senza alcuna etichetta. Solo così diventeranno senza colore e quindi i prodotti naturali diverranno più fruibili al grande pubblico. The time is now».

 

«Da un paio d’anni sento aria di crisi. Non so dire se il vino naturale sia diventato solo una moda, ma è innegabile che ogni anno successo e partecipazione aumentano, così come gli introiti per gli organizzatori e i prezzi delle bottiglie. Chiaramente l’aspetto economico incide e non mi sento di dare torto a chi lo privilegia, o a chi ne approfitta finché il settore tira, mi auguro solo che non diventi la ragione prevalente».

 

«Purtroppo il movimento resta confinato in una nicchia. Credo che servirebbe, per scalfire le pareti di questa nicchia, un progetto a livello nazionale (e forse non solo) di comunicazione aggressiva, volto a coinvolgere sotto forma di un unico ufficio stampa e un unico marchio tutti gli organizzatori di queste fiere che, fatta salva l’autonomia organizzativa di ogni realtà, si concertino sotto un ombrello di alcuni semplici concetti condivisi».

 

Concordiamo sulla necessità di un progetto comune capace di uscire dai ristretti confini individuali in cui è rinchiuso il movimento naturale, ma siamo sicuri che la metodologia giusta da perseguire sia quella che si rifà al modello che si vuole contrastare? «Comunicazione aggressiva», «marchio», «ufficio stampa»: sono veramente questi gli strumenti che servono per aiutare le persone ad aumentare la propria consapevolezza? Questo approccio sembra usare gli stessi argomenti di chi vuole promuovere un modello commerciale, non culturale. È dalla cultura che i produttori possono creare un vero movimento alternativo.

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Matteo Massagrande, Veranda (2015)

CONCLUSIONI

 

L’impressione che rimane, dopo essersi posti delle domande, ma soprattutto dopo aver interpellato una serie di attori, protagonisti e non, è che nell’ambito di queste fiere non tutto sia ancora maturato a dovere. Come se il substrato dal quale si sprigionano le bolle che risalgono in superficie e che sono le portatrici di una tipologia di contenuto non fosse lo stesso per tutti. Non poteva essere diversamente, ma andava rilevato e messo nero su bianco. C’è bisogno di una comprensione profonda, quella presa di coscienza che è auspicata da molti, predicata da tutti, praticata da pochi. Una comprensione spesso richiesta ma non in egual misura donata all’esterno. Un po’ come quando si dialoga con qualcuno ma lo si fa esclusivamente per sentirsi parlare, oppure ci si concentra più sulla risposta da dare che sull’ascolto dei contenuti espressi dall’interlocutore. Se non affrontiamo questo passaggio, con un approccio empatico, le differenze saranno sempre interpretate e vissute come un ostacolo e non come una possibilità.

Sul medio-lungo periodo le chiusure tout court, a produttori o a metodi, non fanno altro che increspare i rapporti. Il modello alternativo ha ragione di essere solo se impara a confrontarsi senza timori reverenziali e senza arroccarsi nell’autoreferenzialità.

Le fiere, se vengono organizzate con lo scopo di accorciare la filiera economica tra produttore e consumatore finale, non rispondono a una realtà, imboccano un vicolo cieco ingenuo. Il problema non sta nelle categorie (distribuzioni, enoteche, osti, sommelier), ma nella qualità, nell’etica delle persone e, di conseguenza, nel modo in cui svolgono il proprio lavoro. Accorciare la filiera, se mai, ha senso solo da un punto di vista culturale (anche dai questionari emerge chiaramente che la maggior parte degli avventori frequenta le fiere per allacciare un rapporto umano con i vignaioli): produttore e consumatore possono finalmente incontrarsi, conoscersi e dialogare.
Perché non ripensare queste fiere dalle fondamenta?

Immaginare un evento all’interno del quale non si venda vino (già questo smarcherebbe gli infiltrati dell’ultima ora, quelli che hanno fiutato l’affare commerciale), niente banchetti con avventori vaganti, calice in mano, di assaggio in assaggio. Cercare solo di sviluppare l’aspetto socio-culturale, con degustazioni guidate, approfondimenti tecnici, proiezioni di film, presentazioni di libri, dibattiti e conferenze, promuovendo un approccio veramente diverso. Se si vuole contrastare un sistema economico povero di valori, basato sul vino come merce, bisogna farlo scardinando alla base questo sistema, non riproponendolo semplicemente cambiandone il lessico promozionale. Uscire dalla nicchia non vuol dire diventare più grandi all’interno dello stesso ambiente, ma espandersi all’esterno, dialogando in luoghi e lingue che non si conoscono. Allora il vino, a differenza di quanto vuole l’industria, non sarà mai il fine ma sempre il mezzo per far incontrare le persone e rifondare la nostra responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. 

 

Per approfondire:

Corrado Dottori, C’era una volta “Terra e Libertà”prima parte e seconda parte.

AA.VV., Servabo, Cooperativa Editoriale Versanti, 2013, pp. 21, 46, 64, 110, 123.