Solo smascherando il mito della sostituzione nelle attività quotidiane l’uomo potrà riappropriarsi dei saperi

Nell’articolo All can be lost di Nicholas Carr (l’autore di Google ci rende stupidi?) apparso sul «The Atlantic» recentemente, l’autore apre ricostruendo la dinamica di un volo aereo finito in tragedia nel febbraio 2009, nello stato di New York. Un volo interno, tratta breve dalla routine consolidata, in cui il computer di bordo si occupa pressoché di tutto. In fase di atterraggio la barra di comando vibra rumorosamente, segno che l’aereo perde spinta aerodinamica, il pilota automatico si disinserisce e il comandante prende i controlli, prontamente, tirando indietro la cloche.

Indietro, anziché in avanti, riducendo la velocità dell’aereo e mandandolo in stallo. L’aereo si schianta. Sapeva volare il comandante? Certamente, eppure quando è stato il momento di mettere le mani e interpretare il gesto giusto da eseguire, ha fallito. Non è stato l’unico caso del genere negli ultimi anni. Il fatto che più persone addestrate al saper volare interpretino male il gesto da compiere quando richiesto è un’anomalia. Passandomi l’analogia, le anomalie nel mondo del vino si sprecano. Poche sono le persone che sanno bere. Specie tra gli enciclopedisti del vino; specie tra i degustatori profumieri; specie tra i talebani della naturalità che spesso s’ingollano litri di acqua e ruggine; specie tra quelli che inneggiano al vino del tal produttore naturale che poi altro non è che un vino ultra-fake; specie tra quei babbei che vorrebbero cambiare il mondo e poi si affidano agli scaffali di un biocoop per un Chianti certificato biologico, figlio in realtà di un’industria sgamata; specie tra quei miopi loro simili che vanno a casa beati con un bottiglione di vino “libero” alla mano. Libero, eh? Certo. Anomalie, appunto, altro che saper bere.

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Rewind, andiamo a monte. Cosa vuol dire saper bere?
Riflettendo sulla casistica in cui applicheremmo l’espressione saper bere, viene alla mente un’abilità, una capacità di comprendere e ricondurre argomentativamente il perché di certi fenomeni del gusto, di interazioni tra il soggetto e un oggetto, in cui, perché vi sia sapere, vi è presupposto un metodo che richiede grande pulizia e riflessione. Coscienza è conoscenza. Un’abilità, che come tale non è innata e richiede esercizio; che ha a che fare con la previsione e l’aver confidenza. Esperienza. Aspettarsi certe cose; capire ad esempio sin dal primo sorso quando un vino ci risulterà poco digeribile e perché. Saper giustificare.
Quindi questo sapere del saper bere è definibile come l’atteggiamento di una piena coscienza di sé e delle cose in ciò che si sceglie e, più in generale, in ciò che si sceglie di fare. Un’abilità che è immediatamente scelta. Saper scegliere qualcosa che sappiamo essere in un certo modo, che dia piacere, che soddisfi, che faccia stare bene. Nel saper bere il Buono si fa Bello ed è immediatamente Giusto. Perché allora tante anomalie in cui invece di andare a braccetto Bello, Buono e Giusto si sparano addosso come il Buono, il Brutto e il Cattivo? Dove sta la causa?

Nel pensiero greco si era soliti dividere tre tipi di cause per rendere ragione delle cose (tra i filosofi) e dei fatti (tra gli storici): l’aitia, scaturigine o causa prossima e immediata, il pretesto, la goccia che fa traboccare il vaso; l’archè, l’origine profonda e prima, la radice del problema in un certo senso, principio spesso inestricabile dall’ultima causa, il logos, o causa formativa, che, impoverita della sua ampiezza di significanza a favore di una comprensione più facile per noi latini, potremmo chiamare la ratio (delle cose).
Riprendendo gli esempi iniziali, se l’aitia è identificabile con la manovra di spostare la cloche verso l’alto, o con l’inneggiare a un vino che è tutto fuorché pulito e benefico, se l’archè si perde nella notte dei tempi e la lasciamo a storici e sociologi, la ratio è che siamo figli di una generazione appoggiata. Che non sappiamo cambiare una camera d’aria alla bicicletta, che non sappiamo consultare una mappa perché ci affidiamo al navigatore, allo stesso modo in cui ci affidiamo nel consumo dei prodotti allo scaffale, non perché realmente ne sappiamo ma solo perché ci basta che siano certificati, Bio o cos’altro si voglia, da organismi di cui non sappiamo nulla, secondo leggi che ignoriamo. Non basta che un vino si trovi a una fiera di vini “naturali” perché noi possiamo assumere che faccia autenticamente bene, che sia “vero”, come non basta che sia “naturale” perché sia buono.
E questo affidarsi, questa comoda sostituzione, vale per tutti i saperi. Si pensi alla fotografia. Siamo passati dal mondo meccanico, a quello analogico, a quello digitale. E ci siamo dimenticati come si fotografa. Prima anche solo un amatore aveva ben chiara un’idea, una certa prefigurazione dell’immagine. Se andava bene aveva un esposimetro, magari pure impreciso. E, soprattutto, 24 scatti. Invece ora viviamo l’ammal(i)amento di questo profumo di libertà (questo profumo di vino libero) di avere scatti infiniti, da fare a caso, “che tanto poi schiaccio un tasto in post-produzione e tutto s’aggiusta e s’illumina d’immenso”. E qui non parlo dei professionisti, che si spera sappiano sempre fare il loro mestiere, perché non è un canto strozzato e nostalgico il mio, che utopisticamente vorrebbe che l’evoluzione delle macchine si fermasse. No. Il male non è mai nel macchinario. Invece è proprio il noi che mi interessa. Noi che non facciamo vino, noi che non siamo fotografi; ma noi che pur beviamo vino e scattiamo foto, comunque. Ecco il punto. Non un profumo di libertà, ma un puzzo di ristagno e abnegazione.
Come pretendiamo di saper bere o saper qualsivoglia fare quando il divario tra l’uomo e le cose sta diventando incommensurabile? Pare che l’uomo viva sempre più nel suo mondo e tenga ben lontane le cose da sé. Noli me tangere. Ma solo toccare è sapere. Fare è sapere.
C’è bisogno di un breeding back di un certo tipo di fare, di sapere, di uomo. L’uomo del saper fare è in via d’estinzione. Demandiamo. “Perché non abbiamo tempo”. Tempo per informarci, tempo per capire le cose anche più banali. Non abbiamo tempo, è vero. Siamo cambiati. Siamo diventati secchioni ottimizzatori del tempo, con agende che esplodono di to do. Completiamo molti compiti nell’arco di una giornata, ma quante cose realmente facciamo? Quanto fare vero, crudo, c’è nelle nostre giornate? Saper bere, saper mangiare. Ma chi farà i tortelli quando le nonne non ci saranno più? Chi porterà avanti l’immenso patrimonio immateriale delle arti e dei mestieri? Il patrimonio custodito da quelle persone che vivono il rapporto col tempo come una convivenza e non come una lotta. Dobbiamo cominciare a considerare che la nostra prospettiva possa essere sbagliata, e dobbiamo cambiare se vogliamo sapere. Anche solo se vogliamo prenderci una piccola parte del sapere, come il saper bere.
Il mito della sostituzione deve finire: per conoscere bisogna mettersi in gioco, in ogni campo. Nulla e nessuno può sapere e capire le cose per noi. Non esistono ausiliari di sapere.
E comunque, se non abbiamo tempo, peggio per noi. A ciascuno le sue priorità. Ma se mai trovassimo del tempo, un giorno, facciamo un giro in un mercato antiquario, apriamo la prima scatola di consunte foto in seppia o bianco e nero che ci capita, e osserviamo quelle donne e quegli uomini in posa davanti all’obiettivo, con gli occhi spalancati a testimoniare l’essere attraverso il fare. L’uomo che tramanda la grande storia d’amore con le cose nei piccoli saperi quotidiani, nella devozione alla regola d’arte, a quello spirito che governa il ben fare. Interpreti. Gesti. Una storia che è richiamo alla vita. Perché devi fare per essere. Con quello spirito. Quello solo.

Autore Nicola Finotto

Abbandona gli studi di Filosofia per cercare l’unica filosofia possibile nel fare dell’uomo e della terra. Lo fa attraverso i suoi amori: il vino, il caffè e il pugilato. Dopo essere stato importatore del vino più antico, quello georgiano, è ora torrefattore e distributore di specialty coffees con Maska coffee.