Matteo Massagrande, <i>Albero di cachi</i> (2011)

Matteo Massagrande, Albero di cachi, 2011

 

Per addentrarci nelle dinamiche e nel significato dell’economia, partiamo come sempre dal principio: quella oikìa da cui nasce come ambito domestico, familiare, privato. Dunque, la casa come sua dimora per definizione.
Entriamo, allora, ma non in una casa qualunque: una di quelle vecchie case contadine che costellano le nostre campagne, in cui a lungo hanno convissuto tempo della natura e tempo del lavoro, legami economici e familiari, luoghi di produzione e di consumo.

Una casa che però non è (più) abitata, che si è svuotata – di relazioni, di vita, di senso – perdendo la sua funzione originaria, una casa che è stata abbandonata, dimenticata e che viene lentamente consumata dal tempo.
Dove sono andati tutti? I suoi vecchi abitanti se ne sono davvero dimenticati? Sono trascorsi tanti anni, forse sono scomparsi anch’essi, portando con sé, nell’oblio, le ultime immagini di una casa viva, quand’era resa viva da loro. L’hanno costruita dal nulla con le loro mani? O ci sono nati? Quante generazioni l’hanno attraversata? Quante vite l’hanno abitata? Chi mai ci racconterà la loro storia, chi ne serba una memoria? I figli, i nipoti – ultimi custodi inconsapevoli degli odori di quelle stanze, del timbro di quelle voci – dove vivono, come vivono oggi? Solo il caco è rimasto, sulla soglia.
Osservando queste immagini, non riusciamo a udire altro che silenzio, rotto soltanto dal rimbombo dei nostri passi estranei e indiscreti sul pavimento polveroso, dallo scricchiolio di innumerevoli e impercettibili frammenti di memoria calpestati, dall’eco della nostra voce di visitatori non invitati che proviene, come noi, da un altro mondo.
È il destino di tutte le cose, ci diciamo, consumarsi, morire, scomparire nel nulla quando anche l’ultimo testimone della nostra esistenza non ci sarà più – e in momenti come questo lo sentiamo veramente, concretamente, come una ferita nella carne. È il sentimento metafisico.
Accanto, c’è il senso della storia, che tutte le storie contiene, a ricordarci come precisi processi, pensieri, avvenimenti del passato hanno costruito il presente, determinando cosa conservare e cosa disperdere.
Quelle case ci ricordano che tutto costantemente cambia, perché la vita è inevitabile movimento, perché la natura è un inarrestabile divenire di morte e trasformazione, perché il tempo scorre, la storia incalza, noi fluiamo (o galleggiamo) nella vita senza troppo pensare che deperiamo; al contempo, quelle presenze fantasmatiche, che vogliono restare eppure si sbriciolano lentamente davanti ai nostri occhi, ci invitano a piangere ciò che passa, non a rimpiangerlo, perché non c’è memoria senza dolore e non c’è rimpianto che non sia consolatorio.
Se qualcuno ha abbandonato la casa, io posso riabitarla; se una parola sta sparendo, io devo ricordarla; se un mondo sta crollando, posso edificarne un altro.
Perché se tutto cambia, allora tutto può ancora cambiare, tutto può essere nuovo di nuovo.

 

 

Tutto scorre. L’anima che assiste, immobile, al passare delle gioie, delle tristezze e
delle morti, di cui è fatta la vita, ha ricevuto “la grande lezione delle cose che passano”
(Marguerite Yourcenar)

 

 

Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste,
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.

 

Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.

 

Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi,
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.

 

E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.

 

Cambia, tutto cambia…

 

(Julio Numhauser, Todo cambia, 1982, trad. di M.C. Costantini)

 

 

Ascolti consigliati: Amnésie di René Aubry; Les pleurs di Mr. De Sainte Colombe/Jordi Savall; Todo cambia nell’interpretazione indimenticata di Mercedes Sosa.

Letture consigliate: H. Weinrich, Lete. Arte e critica dell’oblio; tutta l’opera di W.G. Sebald.

 

 

Autore Barbara Corazza

Nata nel presagio di sradicamento che l’ha battezzata straniera, da grande non poteva che fare l’esploratrice: di linguaggi, di riti e di immaginari. Crede nel viaggio come forma di conoscenza, nella sete come condizione esistenziale e nella bellezza come nutrimento spirituale.