Una sala d’attesa. Sconosciuti siedono uno accanto all’altro. Mondi in silenzio. Rimanere perfettamente estranei, avvolti come in un involucro trasparente reso solido solamente dalla non comunicazione, o interagire, rompendo le linee di separazione, seguendo l’ispirazione delle particelle d’aria che, incuranti di formali discrezioni, fluttuando nella stanza sono entrate in contatto con quelle dei singoli individui, rimescolandosi. Prendere fiato e iniziare con una libera scelta l’esplorazione dell’altro, allontanando il limite, la soglia di separazione tra l’io e l’altro.


Se qui una parola mi accosta, la lascerò accostare

 

D’un tratto la vista nota un cartello indicante l’imperativo: “Vietato parlare”. Immediatamente quella che poteva sembrare una libera scelta di movimento oltre un limite autoimposto, si è rivelata un divieto imposto. Non si tratta più di una scelta privata, ma di un modo preciso di porsi di fronte a questo nuovo muro. Accettare in silenzio o cercare di capire la funzione di quel cartello. La decisione ora assume una rilevanza completamente diversa, anche cercando di ignorarla influenzerà la posizione del “io sono” all’interno di quell’anonima sala d’attesa. Se è fatto divieto di esprimersi, quindi di essere, io sono?

 

Se non sono io, è uno che potrebbe essere me. […] Se sono io, allora è chiunque sia simile a me.

 

Il vino, in tutto questo, cosa c’entra? Perché parlare di confini all’interno di un giornale che vuole approfondire l’aspetto culturale del vino? In natura non esistono nazionalità, non ci sono frontiere dalle quali prendere distanze. Ogni sole sorto è uno sguardo in avanti. Osservando le piante e gli animali, ci si rende conto che neanche la morte rappresenta una fine, ma un ulteriore passaggio in un processo di continua trasformazione. Allo stesso tempo, da questa osservazione è possibile capire come esistano dei limiti naturali, limiti che è fondamentale conoscere e rispettare per non incrinare sottili equilibri di esistenza tra sé e l’altro da sé. Immerso in questi processi, il vignaiolo — e più precisamente chi vive e lavora la terra — ha la possibilità di cogliere maggiormente la lezione che la natura quotidianamente offre. L’unico confine siamo noi stessi e il nostro modo di varcare il giorno.

 

Io confino con una parola e con un’altra terra, confino, anche se poco, sempre più con tutto

 


I versi che aprono e chiudono questo numero, facendo da contrappunto all’editoriale e da sigillo alla pagina finale, sono di Ingeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 – Roma 1973), scrittrice e poetessa che all’incrocio di confini è cresciuta — nella Carinzia meridionale, vicino a quel Dreiländerecke, l’angolo dei tre paesi in cui Austria, Italia e Slovenia si toccano — e varcando confini è vissuta: tante sono le città in cui abitò, da Vienna a Napoli, da Zurigo a Berlino, più spesso, e poi definitivamente, a Roma. Elesse l’Italia a propria casa ma non smise mai di viaggiare. «Penso che la ristrettezza di questa valle e la coscienza del confine mi abbiano impresso la nostalgia di terre lontane». Soprattutto, i confini solcano la sua scrittura — che ha attraversato i generi: lirica, saggio, racconto, romanzo, radiodramma, libretto d’opera — e percorrono la sua poetica. Il confine trasfigurato dell’infanzia, luogo di un pacifico, utopico intreccio di lingue e paesi; il confine tragico della storia, oggetto di conquista e scenario di guerra (quello fra Carinzia e Jugoslavia «scritto con il sangue», come recita l’inno carinziano, dopo il crollo dell’Impero austro-ungarico; l’angosciante ricordo dell’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt, il «momento preciso che ha distrutto la mia infanzia»); il confine del linguaggio, il limite fra dicibile e indicibile, che ha attraversato il pensiero novecentesco — e in modo particolare quello austriaco, da Hofmannsthal passando per Wittgenstein («Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere») —, soglia che separa la limpida lingua filosofica, inadeguata a esprimere ciò che lei chiama «un sentimento della vita», dalla parola poetica, la sola a poter dire l’indicibile, a saper «dire cose oscure», come recita il titolo di una sua poesia. L’etica, il trascendente, l’ineffabile, l’utopico appartengono al dominio dell’arte, che non costruisce sistemi ma crea visioni, che abita l’altrove e insegue l’irraggiungibile, in una tensione continua al superamento di confini che è ciò che ci fa muovere — evolvere, desiderare, sperare, vivere. «La letteratura è questo: è la speranza, è il desiderio cui noi diamo forma […], è un regno aperto al futuro di cui non conosciamo i confini».

 

Le citazioni sono tratte da: La Boemia sta sul mare, trad. di A. Raja (modificata da R. Svandrlik); nota biografica, trad. di L. Reitani; In cerca di frasi vere, Roma-Bari 1989; Letteratura come utopia, Milano 1993; L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Torino 2009.