Gianluca Corona, Distanza I, 2012

Gianluca Corona, Distanza I, 2012

 


Par le nom conoist en l’ome.

Chrétien de Troyes

 

Un simbolo, o un discorso di simboli, era l’antico abito,

un colpo d’occhio e si sapeva quale destino portava l’uomo,

voglio dire da quale destino era portato.

Cristina Campo

 

Questo numero tratta dell’aspetto più visibile e visivo del vino, il più necessario e il più superfluo. Necessario nella forma, perché imposto a norma di legge; superfluo nella sostanza, perché legato al contenitore più che al contenuto, significante del significato. Ciò che chiamiamo vino, dietro qualunque etichetta racchiuderebbe lo stesso profumo; così il vino che amiamo, versato da una bottiglia nuda, non perderebbe per questa ragione la perfezione che ai nostri sensi gli appartiene.

L’etichetta è un nome, un abito.

Il nome è una formalità, un obbligo legale, una convenzione sociale, ma è anche un segno di individualità: ci contraddistingue, cioè distingue il nostro corpo dagli altri corpi, definisce l’io separandolo dal non-io, specifica la singolarità dell’individuo nell’indistinto della specie, nel numero uniformante della società. Il nome ci identifica, cioè ci dona un’identità, agli occhi degli altri e ai nostri (tante identità quanti sono gli sguardi nostri e altrui che ci guardano). Senza nome non esisteremmo socialmente, con tutta probabilità come Adriano Meis che fu Mattia Pascal non potremmo vivere, eppure non saremmo meno vivi – forse lo saremmo di più, finalmente nudi.

Un nome, un abito. Habitus è tutto ciò che abbiamo, che ci appartiene, che è nostro: gli abiti che indossiamo, lo spazio che abitiamo, le abitudini che ci portiamo; è ciò che siamo. Il nome, l’abito sono simboli: segni da decifrare.

Per gli antichi, il nome era un presagio, un destino. Era cioè la sostanza della persona in forma di segno, la rivelazione nascosta di ciò che ciascuno è chiamato a fare, a dare, a essere in vita – la sua vocazione, canto lontano soltanto a lui intonato. «Dal nome si conosce la persona». Prima, a lungo come Perceval dovremo errare innominati, mille voci invocheranno inudite.

Persona indicava in latino la maschera, usata a teatro per far risuonare la voce dell’attore e dare un volto al personaggio. L’etichetta personifica e personalizza il vino, è la maschera che gli dà un volto e una voce, lo identifica e gli consente di esistere come prodotto all’interno della società delle merci. Ma senza etichetta sarebbe meno vivo, un vino? Fuori dal mercato perderebbe la sua vocazione? Forse rivelerebbe la sua vera natura – finalmente nudo.

In fondo, l’etichetta serve soprattutto a venderlo, il vino, in un mercato – in un mondo – che preferisce l’uniformità all’unicità, la finzione alla verità, il pittoresco all’autentico, che impone la moda come conformismo anziché l’abito come stile, vale a dire come forma inevitabile di ciò che si è.

L’etichetta non è solo un segno scritto, è anche il segno agito: ritualizzato nel cerimoniale d’antico regime e lontana memoria, incarnato in norma di comportamento che trasforma il gesto in pura forma, è insieme codice etico ed estetico. Di questa corrispondenza dimenticata rimane traccia in una suggestiva pseudo-etimologia1 che collega l’etichetta al diminutivo di etica. Etichetta, dunque, come minima norma di vita, regola minore, concreta, interiore – più affine alla regola monastica che alla norma giuridica.

Il greco ἦθος (ethos) è fortemente connotato, collocato verrebbe da dire. È il costume, l’usanza, la consuetudine, irriducibili alla legge perché legati all’eredità di un mondo culturale, alla memoria degli antenati, cioè a una genealogia, una tradizione, una storia radicata in un luogo e in un nome; e luogo di vita significa ethos, posto abitato, abituale – umano e animale, concreto e traslato: è dimora, abitazione, tana, covile, ma anche abitudine, carattere, modo d’essere. Etica come habitus, più che come mos.

La vera etichetta è quella che un vino porta scritta in sé, come un destino.

Un nome, un abito. 

 

1 Riportata nel Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo. In realtà etichetta deriva dal francese étiquette, a sua volta dall’antico francese estiquete, di origine germanica, che significa cosa attaccata, confitta, da una probabile radice verbale indoeuropea che si ritrova anche nel greco stizo e che è la stessa dell’italiano stecco. Cfr. l’inglese (to) stick e (to) stitch, e il tedesco stechen, stecken, sticken.

 

 

Autore Barbara Corazza

Nata nel presagio di sradicamento che l’ha battezzata straniera, da grande non poteva che fare l’esploratrice: di linguaggi, di riti e di immaginari. Crede nel viaggio come forma di conoscenza, nella sete come condizione esistenziale e nella bellezza come nutrimento spirituale.