_DSF8481

È passato poco più di un anno da quando l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc, un organismo dell’Oms) inseriva il glifosato – principio chimico alla base dei diserbanti oggi più usati – in una lista di prodotti probabilmente cancerogeni.

Qualche mese dopo, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), mentre con una mano smentiva il profilo cancerogeno della sostanza, con l’altra ne diminuiva le soglie consentite, introducendo una “dose acuta di riferimento” (Dar) che i cibi non possono superare. All’orizzonte, l’attesa per la decisione della Commissione Europea, chiamata a pronunciarsi, all’inizio del 2016, sul rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato nel vecchio continente – autorizzazione scaduta una prima volta nel 2012, poi prorogata e nuovamente scaduta il 31 dicembre 2015.


Per venire alla stretta attualità, nei primi mesi del 2016 Bruxelles ha di nuovo scelto la via della procrastinazione, fissando il mese di maggio come termine ultimo per la decisione; su questo rinvio deve aver influito, in parte, la pressione di una parte dell’opinione pubblica: non sono mancate, infatti, le prese di posizione di giornalisti, intellettuali e agricoltori tese a far pressione sulla Commissione affinché non approvi il rinnovo: tra le altre, un articolo di Internazionale (che riprendeva Die Zeit), la condanna di Slow Food, fino alla Call for action lanciata da Corrado Dottori, con la proposta ad «associazioni, vignaioli, attivisti e giornalisti» di andare personalmente a Bruxelles a manifestare il proprio dissenso. A livello istituzionale, si sono pronunciate contro il glifosato Olanda, Francia e Italia (per bocca dei ministri dell’agricoltura Martina, della salute Lorenzin e dell’ambiente Galletti).


Anche Pietre Colorate ha voluto raccogliere qualche parere in merito alla vicenda. Abbiamo per prima cosa chiesto lumi a Raffaele Guzzon, che si occupa di microbiologia applicata alla vinificazione ed è docente al corso di laurea in Viticoltura ed Enologia presso la fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige. A seguito di una dettagliata ricerca bibliografica, Guzzon ha potuto rilevare «una sostanziale certezza circa la correlazione tra la molecola [di glifosato] e una notevole lista di patologie umane». Se è vero che una “correlazione” (ossia il contemporaneo verificarsi di due eventi) non implica necessariamente una relazione di tipo causale, quest’ultima è però effettivamente riscontrabile per alcune patologie. Tuttavia, si tratta nella maggior parte dei casi di “effetti cronici”, ossia «esposizioni prolungate nel tempo a concentrazioni piuttosto basse dell’agente tossico, tali da non dare manifestazioni immediate ma, favorire o causare l’emergenza di patologie nel tempo». Un simile scenario lascia facilmente immaginare quanto sia difficile, a livello burocratico o addirittura giudiziario, dimostrare inequivocabilmente che una determinata patologia sia riconducibile all’azione del solo glifosato e non alle tante altre molecole inquinanti cui siamo, nel corso di anni, esposti. Il caso amianto, per fare un paragone brutale e un po’ provocatorio, può essere in questo senso piuttosto istruttivo.


Inoltre, continua Guzzon, «che il Glyphosate sia rintracciabile nella catena alimentare e quindi anche nell’organismo umano è cosa ormai accettata da tutti, ma in Europa i quantitativi rilevati sono ben al di sotto delle soglie stabilite come limite per generare effetti dannosi sia di natura acuta che, appunto, cronica». Come a dire che, ancora una volta, è probabile che la strategia preferita dalle istituzioni sarà quella di ritoccare i limiti consentiti e non di studiare soluzioni alternative.


Alternative che peraltro non mancano (basta non diserbare, verrebbe da dire…) e non solo nel microcosmo del “vino naturale”: sono sempre più frequenti, infatti, i casi di aziende anche medio-grandi che, complice l’ansia di rinverdire la propria immagine, intraprendono programmi di rinuncia al diserbo chimico. Anche Slow Wine si è espressa sul tema: Fabio Giavedoni, curatore della guida, ci ha rivelato come la modalità del diserbo (chimico o meccanico) sia in predicato di diventare un criterio sempre più stringente nella valutazione delle aziende: «In sei anni, da quando pubblichiamo la guida, abbiamo visto raddoppiare il numero dei produttori che hanno abbandonato il diserbo chimico, il che significa che ormai non ci sono più alibi: i modi per non usare diserbanti esistono ed è giusto chiedere a tutti uno sforzo in più» (un approfondimento anche in quest’articolo).


Sul fronte delle associazioni di categoria, come riporta ansa.it, Coldiretti vorrebbe che, in caso di pronunciamento negativo della Commissione, «l’eventuale divieto riguardasse coerentemente anche l’ingresso in Italia e nell’Ue di prodotti stranieri con residui di glifosato»; sibillina, ma neanche troppo, Confagricoltura, secondo la quale «prima di togliere l’autorizzazione ad un erbicida come il glifosato servono certezze scientifiche, altrimenti si crea solo un danno ai produttori e all’ambiente».


Per quanto riguarda, infine, le associazioni più strettamente legate al vino, mentre pesa il silenzio della Fivi, che non ci ha concesso alcuna dichiarazione diversa da un imbarazzato “no comment”, Giampiero Bea (ViniVeri) si augura che il glifosato venga bandito non solo dall’Europa, ma da tutto il pianeta, e annuncia che all’argomento sarà dedicata «un’apposita conferenza venerdì 8 aprile durante la tredicesima edizione di ViniVeri 2016 a Cerea (VR)»; invita poi tutti gli interessati a firmare una petizione che su change.org ha raggiunto le 75mila firme. Decisamente disilluso è invece Angiolino Maule (VinNatur): «è vero che oggi c’è più attenzione rispetto al passato su questi temi, e sicuramente una mobilitazione in questo senso non può che essere ben accolta, ma a essere sincero sono decisamente pessimista. Il glifosato incontra gli interessi di troppi agricoltori e di troppe lobby, ed è assai difficile che vi si rinunci. L’unica strada è una sensibilizzazione dei consumatori, ma ad oggi parliamo di numeri troppo bassi per poter incidere. E a me non piace combattere una battaglia che so già di perdere».


Decisamente più agguerrito è Corrado Dottori, al quale abbiamo chiesto aggiornamenti sulle reazioni sortite dal suo appello alla mobilitazione: «Ho ricevuto diversi messaggi da colleghi vignaioli e, soprattutto, dall’area “movimentista”, riconducibile a La Terra Trema e ai centri sociali», ci ha detto, «mentre dalle associazioni un silenzio tombale. Evidentemente sono più interessate a organizzare fiere e vendere vino che a battaglie come questa. Ma noi andiamo avanti da soli: stiamo cercando di capire che tempi ha la Commissione, per agire tempestivamente». Aprile sarà un mese decisivo.

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA (a cura di Raffaele Guzzon)

Mesnage R., et al.  (2015) Potential toxic effects of glyphosate and its commercial formulations below regulatory limits. Food and Chemical Toxicology. 84, 133-153.

Niemann L., et al. (2015)  A critical review of glyphosate findings in human urine samples and comparison with the exposure of operators and consumers. Journal of Consumer Protection and Food Safety. 10(1), 3-12.

Shaner D.L. and Beckie H.J. (2014) The future for weed control and technology. Pest Management Science. 70(9), 1329-1339.

Sammons R.D. and Gaines T.A. (2014) Glyphosate resistance: state of knowledge. Pest Management Science. 70(9), 1367-1377.

Duke S.O. (2011) Glyphosate Degradation in Glyphosate-Resistant and -Susceptible Crops and Weeds. Journal of Agricultural and Food Chemistry. 59(11), 5835-5841.

Autore Giorgio Fogliani

All’università ha oscillato tra il greco antico e quello moderno, finendo chissà come per approfondire il primo. Lasciata l'accademia, lavora come editor freelance, ma solo per le riviste che gli piace leggere. Ha vissuto in Veneto, a Tolosa e a Parigi, poi ha scelto Milano