L’oste, com’è noto, è fratello etimologico dell’ospite, dei due sicuramente il più venale.
Derivano entrambi dal latino hospĕs (acc. hospĭtem), che designava l’ospite nella doppia accezione di colui che ospita (il padrone di casa o l’albergatore a pagamento) e di colui che viene ospitato, dunque il forestiero, lo straniero, l’estraneo.
Tale ambivalenza semantica (il termine tecnico è enantiosemia) si è conservata, come nell’italiano, in quasi tutte le lingue romanze (francese hôte, occitano e catalano oste, spagnolo huésped, portoghese hóspede) e la ritroviamo anche nel significato di oste.

Accanto a quello principale e corrente di “gestore di un’osteria” (e a sua volta l’osteria ci racconta una parentela, linguistica e sociale, con l’ostello e l’ospizio più che con il bar o la trattoria), ve n’è infatti un altro, raro e letterario, che indica l’esercito schierato, il nemico: bandire l’oste significa dichiarare guerra. La radice è la stessa del verbo ostare, sopravvissuto nel composto nulla osta, o del più comune aggettivo ostile, e deriva dal latino hostis (acc. hostem), cioè straniero, nemico. Sembrerebbe semplice: due significati diversi e indipendenti, apparentemente giustificati da origini etimologiche separate. Invece, quella che sembra un’evidente estraneità si rivela, se allarghiamo lo sguardo, una traccia, che ci riconduce all’ambiguità dell’ospite: l’hostis era sì, per i Romani, un nemico da combattere, ma era anche lo straniero cui erano riconosciuti gli stessi diritti del cittadino. Il verbo hostire significava ledere ma anche contraccambiare. L’hostia era la vittima sacrificata agli dèi per placarne l’ira. È racchiusa, insomma, in quella radice, un’idea di uguaglianza per compenso, di mutuo scambio, di debito contratto e parità ristabilita: una sorta di patto di reciprocità che è proprio dell’ospitalità.
È interessante ritrovare la medesima radice in quasi tutte le lingue indoeuropee, con il significato non di straniero o nemico, ma di ospite: inglese guest, tedesco Gast, olandese gast, svedese gäst , norvegese gjest, islandese gestur, afrikaans gas, yiddish גאַסט (G’ast), gallese gwestai, russo гость (gost’), sloveno, bosniaco, serbo e croato gost, ceco host… E se si perde l’ambiguità romanza fra ospite-ospitato e ospite-ospitante sul piano lessicale, spesso la si ritrova su quello etimologico: colui che ospita è in inglese host, evidente la parentela con guest — e che dire di ghost, lo straniero per eccellenza, il completamente altro che ci fa visita?
Probabilmente la prima radice indoeuropea, ricostruita dai filologi e dunque reale proprio come un fantasma, era appunto *ghosti-s, straniero; e lo straniero porta sempre con sé un’ambiguità e un’alterità: può essere ostile oppure ospitale, e noi a nostra volta, stranieri per lui, possiamo osteggiarlo oppure ospitarlo.
Già nel greco ξένος (xénos = ospite; straniero) abitava questa compresenza. È probabile che hostis abbia serbato fino a un certo punto la stessa polisemia e che, con il cambiare delle istituzioni romane, abbia poi perso l’accezione positiva di straniero-ospite, mantenendo solo quella negativa di straniero-nemico, rendendo quindi necessaria l’introduzione di un nuovo termine per indicare l’ospitalità.
Insomma, l’oste è colui che ha fatto di un valore fondante della civiltà, che si manifesta meravigliosamente come un debito di umanità da saldare, una professione. E la esercita attraverso i simboli, concretissimi, che universalmente significano e incarnano l’ospitalità: il cibo, il vino, la tavola. Una comunicazione immediata e materiale, che parla al corpo donandogli (o no) nutrimento e piacere, e che perciò mente meno della parola — notoriamente, di quella di un’oste conviene diffidare, che sia uno schivo scorbutico o un gioviale affabulatore.
In fondo, è bello e forse anche lecito pensare che l’ambiguità che storicamente accompagna la cattiva fama di osti e osterie sia scritta da sempre nel loro nome. Perciò vi ammoniamo: fidatevi, ma non troppo, di ciò che leggerete.


Ma vedo un’insegna. Fermiamoci qui.
A cavallo di una parola abbiamo percorso mezza Europa e un paio di millenni, siamo stanchi e assetati. Leghiamola a questo anello ed entriamo.
A un tavolo, davanti a svariate bottiglie vuote, una piccola compagnia dai volti e gli accenti assortiti sta chiacchierando rumorosamente insieme all’oste: indossano tutti un grembiule. Dalla cucina giunge un intenso profumo di basilico che avvolge la stanza. Vicino alla finestra, un vecchio dai tratti orientali rivolge il suo sguardo interrogativo e malinconico verso di noi, sembra avere una verità da rivelarci. Vieni, sediamoci al suo tavolo e ascoltiamolo.  

(Fonti: Accademia della Crusca, dizionari Castiglioni-Mariotti, Cortelazzo-Zolli, Nocentini, Zingarelli)

Autore Barbara Corazza

Nata nel presagio di sradicamento che l’ha battezzata straniera, da grande non poteva che fare l’esploratrice: di linguaggi, di riti e di immaginari. Crede nel viaggio come forma di conoscenza, nella sete come condizione esistenziale e nella bellezza come nutrimento spirituale.