La blogosfera francese è in fermento: la notizia, del resto, ha del sensazionale. Dall’altra parte delle Alpi si starebbe infatti seriamente valutando, a livello istituzionale, il riconoscimento della dicitura “vini naturali”. L’istanza sarebbe partita dai produttori biologici e sembra sia stata raccolta dal principale organo che in Francia regolamenta le denominazioni d’origine, l’Inao (Institut national de l’origine et de la qualité, precedentemente Institut National des Appellations d’Origine).

Il dibattito è ancora in fase embrionale e non sono chiari i termini che assumerebbe la nuova dicitura, il suo rapporto con la certificazione bio, con le dosi di solforosa e l’eventuale applicabilità della dicitura anche ai “Vin de France”, alla base della piramide delle denominazioni d’origine francesi. 

Né mancano i contrari e gli scettici, che vedono il pericolo di un’ulteriore frammentazione delle categorie, a tutto danno di un consumatore sempre più spaesato. E c’è chi, come Vincent Pousson, fa notare che non tutti i membri dell’AVN sarebbero felici di “scendere a patti” con le istituzioni.

La speranza, in ogni caso, è che non si ripetano gli errori della legge sul biologico del 2012.

 

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Riportiamo la notizia così com’è apparsa sulla versione online di «Le Figaro»:


Gli organi di competenza stanno prendendo in considerazione la possibilità di regolamentare la dicitura “vini naturali”, il cui successo è innegabile ma che può contare per il momento soltanto sulla sottoscrizione volontaria di una carta d’intenti. Lo ha indicato giovedì scorso l’Inao.

L’organo incaricato di certificare l’origine dei prodotti alimentari e dei vini (in particolar modo con il riconoscimento delle AOC) ha appena dato il via alla discussione a seguito della richiesta dei produttori di vini biologici, che ritengono il termine “nature” o “naturale” abusato, spiega Eric Rosaz, responsabile del polo “vini, sidri e bevande alcoliche” dell’Inao. Sono una cinquantina, ad oggi, i vignaioli aderenti all’Associazione dei vini naturali (AVN) e al suo “Engagement vigneron” (Impegno vignaiolo) adottato nel 2011. «Sono molti di più, ma non abbiamo cifre precise, né sul numero e l’identità dei produttori, né sui volumi prodotti», ammette Rosaz.

Il vino naturale, sulla base delle indicazioni dell’AVN, viene prodotto da vigneti coltivati in agricoltura biologica o biodinamica; le vendemmie sono obbligatoriamente manuali e per la vinificazione sono ammessi solo i lieviti indigeni; inoltre non è contemplato l’utilizzo di tecniche che possano modificare il lavoro dell’uva. Il viticoltore, insomma, non può aggiungere alcuna sostanza, e possono essere tollerate soltanto leggere dosi di solfiti (prodotti naturalmente del corso della fermentazione).

Questa pratica, che porta a dei vini spesso molto caratterizzati, fruttati [sic], respinge la grande maggioranza dei processi tradizionali di vinificazione, e viene a volte percepita negativamente dai vignaioli convenzionali, in quanto la definizione “naturale” sottintende che gli altri non lo siano.

«Il lavoro sarà lungo e delicato», prevede Eric Rosaz, che mira soprattutto a colmare un vuoto giuridico in un mercato in forte sviluppo, specialmente nella ristorazione dei giovani chef più in voga, e che si estende soprattutto in Italia e negli Stati Uniti, ad esempio in Oregon. «Il termine ha una forte valenza positiva, suscita una grande attenzione da parte dei consumatori, ed è quindi opportuno evitare il rischio di abuso», riprende. La soluzione al vaglio sarebbe l’autorizzazione di indicare in etichetta “prodotto da una vinificazione naturale”, per evitare quindi l’utilizzo dei termini “nature” e “naturale”, per il momento ancora vietati.