Questo è un diario di viaggio e di ricordo. L’ho scritto nell’aprile 2009 quando, con mia figlia Agnese e sua madre Maddalena, abbiamo attraversato i Balcani da Durazzo a Sarajevo. Per me era un viaggio di ritorno in terre che ho conosciuto e amato tra il 1998 e il 2003, anni di transizione dalle guerre degli anni ’90 alle pacificazioni nazionalizzate del nuovo millennio. Ora sembrano luoghi marginali e tranquilli, ma sono invece cuore delle contraddizioni di un’epoca che continua a riempirsi di confini e frontiere coperte dalla superficie ipocrita della globalizzazione omologante e delle relazioni virtuali.

 

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Scivolando tra le rupi profonde dei Balcani lo sguardo si riempie di storia e l’aria è respiro di memoria. I fiumi Moraca e Tara scorrono lungo l’ultimo confine inventato dalla modernità post-jugoslava, quello tra Serbia e Montenegro. Scorrono da millenni. L’acqua scava, segna, fende le montagne. La pietra fredda si lascia attraversare e quasi immobile si sposta. Piano. Nei secoli. È il racconto della terra, il carattere immateriale della sua storia. Un carattere che s’infila fino ai luoghi meno naturali, dove può diventare testimone di una civiltà perdente, che continua però a portare con sé una dignità che nessuna sconfitta dovrebbe permettersi di estirpare.
Priboj è una città industriale inventata in chissà quale anno della storia jugoslava per ospitare le famiglie degli operai della FAP, la Fabrica Automobil Priboj. È una spianata chiusa tra un fiume triste e due colline scure, dove in pochi mesi sono stati appoggiati trenta o quaranta palazzi razionalisti di cemento, plastica, linoleum e moquette. Sembra ancora finta. Assomiglia a un anacronistico Truman Show del socialismo titino. Ed è lì. Ancora immobile.
Contaminata solo dalle poche postmodernità di bar con schermi al plasma e insegne americaneggianti. A Priboj si riconosce senza alcun dubbio la disumanizzazione della sua dimensione sociale: pensionati fermi con la Drina1 in mano, Zastava2 gialle e rosse, donne con la carrozzina blu che attraversano l’incrocio deserto, gli autobus lenti, i cuccioli di cane randagi, le donne dalle permanenti alte e bordeaux, le finestre tutte uguali che si illuminano di arancione e rosa, una piccola bottiglia di Stomaklija3 nascosta in tasca, una ragazza con i pattini che cerca di capire perché la vita tra quei palazzi ancora debba e possa scorrere. Tra quei palazzi c’è una memoria che l’Occidente non è mai stato in grado di conoscere.
Al mercato di Triboj almeno il 90% dei prodotti sono importati. Scaricati da qualche aereo in qualche centro di smistamento, trasportati in qualche Tir lungo qualche autostrada, consegnati da qualche camion sull’asfalto del mercato di Triboj. Nessun contadino, nessuna terra, nessun sapore. Le mele anche a Triboj sono cattive. Peggio, sono inutili. E con loro le banane, le arance, le patate. L’unico loro valore è quello economico. L’unico sapore è quello economico. Che sapore ha l’economia?
Tutto ciò non ha a che fare con la storia di Priboj, ma con quella del capitalismo globale, con le dinamiche economiche che hanno consegnato le nostre vite a una dimensione extrasociale. Una crisi di civiltà che è forse l’unico vero legame tra Priboj e Vicenza, tra Priboj e Miami. Così Priboj sta sempre lì, separata dalla sua memoria e dalla sua storia sconfitta. Mentre Vicenza o Miami iniziano a tremare, confuse dalla scomparsa delle loro identità e soffocate dagli stessi poteri finanziari a cui avevano creduto di potersi affidare.
L’unica alternativa è il risveglio culturale. Scovare in qualche angolo della sopravvivenza umana la necessità di cominciare a essere. Respirare oltre il consumare. Dire oltre ad ascoltare. Sognare oltre al guardare. Segnare nuovi confini tra giustizia e ingiustizia. Bisognerebbe non aver paura della propria storia e delle proprie ferite. Riattivare nella memoria la propria differenza, le proprie differenze. Come quelle infinitamente complesse di Sarajevo, l’unica capitale europea capace di portare sulla propria pelle i segni di almeno cinque civiltà e di almeno quattro guerre. L’unica capitale europea tenuta attentamente lontana dall’Europa, che ha paura di far vacillare la propria solidità cristiana.
Bisognerebbe non accettare, come è ormai successo a Mostar, che la memoria diventi souvenir, che la storia sia spogliata dei suoi significati per interessi di poche agenzie turistiche. Il ponte di Mostar è stato ricostruito nel 2005.
Le vie della vecchia città turca che portano al ponte e le rive della Neretva sono oggi del tutto simili ai corridoi e alle hall di un centro commerciale. Soprammobili, finti cimeli di guerra, veli da danza del ventre, bolle di vetro con miniature sotto neve, mini guide illustrate, cappelli turchi, tavolini di plastica, tendoni heineken, gelati confezionati, burek4 congelati. Tutti negozi uguali, consegnati in franchising a svuotati eredi della storia confusa di quella città: ragazzi e ragazze che ripetono le solite tre o quattro parole di inglese, per attrarre l’acquisto del turista. Le agenzie scaricano a Mostar i pullman di pellegrini di Medjugorie, regalando loro venti minuti di sospiri compassionevoli con la “storia sfortunata” di quella terra. Poco importa che gli stessi pellegrini siano appena stati a onorare un luogo di culto di quella stessa religione che avvallò e sostenne gli estremisti herzegovesi che bombardarono il ponte di Mostar.
I pellegrini non lo devono sapere e nulla rischia di farglielo sapere in questo nuovo villaggio del souvenir bosniaco. Tutto è silenzio in quelle vie di lucidi ciottoli, dove la memoria è diventata souvenir, dove la dignità della sofferenza è diventata spettacolo di una violenza assoluta e senza responsabili. Unico vantaggio: il soldo. Ultimo terribile baluardo del senso della vita. Non un cartello, non una didascalia, non una contestualizzazione. In uno dei finti sassi prima del ponte c’è scritto: Don’t Forget. Cosa non bisogna dimenticare?
La tragedia nella sua assolutezza. Nient’altro. Tutto il resto è dimenticabile, anzi è meglio dimenticarlo. Don’t Forget, ma soprattutto Don’t Understand. Mettiti a disposizione della celebrazione del dolore, dona il tuo obolo al bazar dei souvenir e non chiederti altro. Ché tra pochi minuti il pullman riparte.
Ché se per caso qualcuno si informasse potrebbe addirittura capire che lo smembramento violento della Jugoslavia ha a che fare molto da vicino con la difesa dell’identità cristiana europea, con gli interessi della nuova Germania, con le alleanze tra i signori della guerra balcanica e i poteri euro-americani, con l’impotenza e l’inefficienza dell’ONU, con le strategie dei nuovi equilibri tra NATO e Russia, con l’incapacità europea di accettare la complessità della sua storia. Don’t Understand.
A Potocarj, vicino a Srebrenica, c’è il memoriale per le oltre ottomila vittime del genocidio perpetrato dall’esercito di Mladić5. È un grande cimitero islamico, non un memoriale collettivo. È un pezzo di storia ingabbiato nella sua identità prettamente religiosa. Non esiste alcuna spiegazione, alcuna identificazione storica. Il dolore è assoluto. Chiuso. Immobile. Allontanato da qualsiasi causa. Affidato solo ad Allah e alle parole delle sue autorità religiose.
Anche qui l’unica evocazione è quella, già coniata e perfettamente testata dai media occidentali, dell’odio etnico, grande spiegazione onnicomprensiva di dinamiche e processi da cui l’Europa avrebbe potuto imparare molto. Anche qui è meglio non capire. Meglio non sapere.
Lì dove la memoria non può agire, la società congela. Umanamente, come a Mostar e a Srebrenica, o anche economicamente, come nelle campagne srpske6. Lì dove la memoria diventa souvenir, il mercato costringe la società a una condizione post-umana dove scompaiono dignità e giustizia. Lì dove la memoria viene sostituita dallo spettacolo e dal suo consumo, la coscienza civile non ha e non può avere alcuno spazio di (r)esistenza.
La luna continua a guardare le moschee di Sarajevo, mentre la più profonda delle identità europee si muove tra le colline bosniache, i monasteri serbi e le rupi balcaniche, mentre l’Adriatico continua ad accarezzare le piccole isole di fronte a Perast, gioiello antico regalato al mondo dai viaggi verso est dei mercanti veneziani.

 

1   Marca di sigarette bosniaca.
2   Automobili di fabbricazione serba non più in produzione. Gli stabilimenti sono ora di proprietà della Fiat. L’azienda attualmente produce armi militari e sportive.
3   Distillato d’uva alle erbe medicinali.
4   Sottile pasta sfoglia farcita all’interno con diversi ingredienti. Il più classico è ripieno di carne macinata e spezie o di formaggio.
5   Ratko Mladić è stato arrestato il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza. È accusato di genocidio, crimini contro l’umanità, violazione delle leggi di guerra durante l’assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia.
6   Campagne della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (serbo: Република Српска, Republika Srpska), l’entità serba della Bosnia ed Erzegovina.

Autore Andrea Segre

Regista, dottore di ricerca e docente di sociologia della comunicazione, è esperto di analisi etnografica e comunicazione sociale in particolare nell’ambito della solidarietà internazionale. Ha scritto e diretto numerosi documentari e lungometraggi. Questo testo è in parte tratto dagli scritti pubblicati nel suo blog (www.andreasegre.blogspot.it)