Safet Zec


II nostro è tanto impietoso e vorace che non sembra più tempo d’uomini, e le feste con la bardatura profana dei loro rituali, hanno un riso che, in fondo, sa perfino di beffa.
Non è tuttavia per ricerca di conforto che la memoria va a frugare indietro in tempi non capaci di darmene: solo mi torna in bocca il sapore del pane e rivedo Fausto che ce lo portò, la mattina di Capodanno del 1945, il più desolato che mi fosse capitato di vivere, fino a quel momento.
Forse «desolato» non è la parola giusta, perché sembra molle se la adopero per toccare i motivi del dramma che allora ci stringeva tutti, non da comparse, anche se, per chi aveva il tetto di casa sopra la testa e la possibilità di starci a riparo, non assumeva tratti spettacolari. È ben vero però che si viveva in un modo che mi ha sempre fatto pensare a note musicali scaraventate in disordine fuori dal rigo, al di sopra o al di sotto non importa, ma in uno spazio impossibile, soprattutto per noi che eravamo troppo giovani per affrontare con anima ferma la vicenda che ci trascinava; e i limiti di speranza si spostavano sempre più davanti a noi, e gli appuntamenti delle feste piovevano nella griglia dei giorni come gocce d’acqua buone soltanto a far balenare, nella fuggevole trasparenza, le suggestioni dei ricordi.


Il Natale del ’44, e il Capodanno che lo seguì furono, tra quelli del tempo di guerra, i più ferrigni, con i Tedeschi in casa, e non per modo di dire; stavano infatti in una stanza che ci avevano requisito, e nemmeno parlare a voce bassa dei fatti nostri si poteva più.
Eppure, in mezzo alle sequenze lucide e tese di quei giorni, che falciano addirittura la memoria e che ora dolgono anche di più (perché si agganciano a spezzoni d’oggi fino a comporre un quadro, per certi versi non meno arrabbiato e crudele di quello), si inserisce il tovagliolo di Fausto col pane bianco gonfio, promessa e augurio per la mattina di Capodanno del 1945.
Sono convinta che, adesso, chi non ha vissuto la stagione della guerra e anche chi ha dimenticato, non sappia capire che un mucchietto di pane può accendersi come un lumino in cielo nero, e non soltanto perché di pane fatto di farina di frumento e cotto in un forno che l’aveva imbiondito, non ne vedevamo più da anni – i panéz, li’ bini’ , li’ rosèti, li’ manuti’ – ma perché esso si legava alla pace, al tempo in cui compariva sulla tavola normalmente. Lo trovavamo al mattino, spalmato di burro e miele, accanto alla tazza di caffelatte, o con la sua imbottitura di formaggio per la merenda del pomeriggio; conserva nella memoria un sapore che non troviamo più anche perché si completava della fame di chi cresce ingrùmada (accumulata) a studiare, a correre, a contendere partite di macia saltafossi, un gioco speciale e avventuroso che animò d’acqua e salti la nostra infanzia.


So bene che, al pranzo di Capodanno del ’45, accompagnammo il pane bianco con bocconi d’angoscia fatta con un po’ di tutto: la nostra gente nei lager, la fame, gli allarmi e il resto che faceva sentire come uno scherzo precario il tentativo di sopravvivere. Si capiva che la guerra stava riducendosi alle corde, ma c’era tempo e rischio che potesse rovesciare, su questo nostro angolo dilaniato, l’onda più rabbiosa.
Cominciavamo tuttavia l’anno con un segno bianco di pane e, poiché tutto poteva valere quello che sapeva di bene, cercammo di pensare a distese di spighe e non a spettri di città o a campi minati, a tavole imbandite e non a file di deportati in attesa della broda che prolungava le agonie di fame.
Il pane di Capodanno fu davvero di buon augurio, perché a maggio la guerra finì. Le tappe dei trent’anni dopo col benessere reale o gonfiato, la libertà e le sue contraffazioni tragiche e tutto quello che avvenne in bene e in male fino a un oggi che presenta l’uomo scatenato contro l’uomo, obbliga a meditare e conduce, almeno me, a una considerazione semplicistica magari e riduttiva: mi pare infatti che, sotto i camuffamenti di parole che ingombrano l’aria e si ammucchiano su milioni di pagine, sfugga che la radice di molti problemi parte da quella che i friulani vecchi chiamavano la cjoche dal pan ch’a é piês de cjoche dal vin. In italiano si traduce male, ma è ben chiaro che ubriacarsi di pane è peggio che ubriacarsi di vino e l’ammonimento potrà tornare attuale per troppi di noi che hanno dimenticato la fame di ieri qui e quella di oggi altrove. Vedo che mi succede di raccogliere il pane per la strada, per i corridoi a scuola, perché mi brucia l’insulto di vederlo buttato via.


Raccontavano nel mio paese una leggenda poco nota e ce la ripeteva mia madre proprio perché imparassimo a capire quanto vale il pane:
«Sàtu il cjan? Al é vivût cu la gent e a’ nal é stat pi salvadi, sàtu parcé? Ten a mins ch’a na bisugna mai mangjâ il pan dongja dal cjan cencia dàintin parcé ch’ al é stât lui che al à puartât, cui sa da ce tant lontan, la simincia dal furmint ta li’ sô’ oreli’. J’ na varessin pan cencia di lui.
(Sai il cane? È vissuto con la gente e non è stato più selvatico, sai perché? Ricordati che non si deve mai mangiare pane vicino al cane senza dargliene, perché è stato lui a portare, chissà da quanto lontano, la semenza del frumento nelle sue orecchie. Non avremmo pane senza di lui).

 

Novella Cantarutti, 15 gennaio 1980

 

Autore Barbara Corazza

Nata nel presagio di sradicamento che l’ha battezzata straniera, da grande non poteva che fare l’esploratrice: di linguaggi, di riti e di immaginari. Crede nel viaggio come forma di conoscenza, nella sete come condizione esistenziale e nella bellezza come nutrimento spirituale.