IL PREZZO DEL VINO

Il prezzo del vino segue lo stesso destino della teoria della formazione del prezzo in economia. Si può discuterne all’infinito senza giungere a nessuna definizione che si possa considerare esaustiva. Ma qui non ci muoviamo nel mondo della teoria economica, siamo immersi fino al collo in quello della pratica che rende le cose più sfaccettate perché osservate dai diversi punti di vista di chi ci vive dentro. Il primo punto di vista è quello del collettivo Terra e Libertà che ha lanciato la proposta assieme a Gino Veronelli, vale la pena rileggerlo attentamente per capire quanto le interpretazioni che ne sono state date, si sono allontanate dallo spirito originario. È un testo che, nel bene e nel male, andrebbe riletto ogni volta che si vuole intervenire sul tema, altrimenti si finisce per dimenticare che il prezzo sorgente, non è quello che il rivenditore o il cliente decidono debba essere secondo il loro percepito.

Sul tema prezzo le riflessioni sono davvero tante e caledoscopiche. Il prezzo sorgente non esiste? Il prezzo sorgente è in relazione alla tipologia aziendale? Deve servire al consumatore per sapere dove comprare? Non serve a niente perché basta il prezzo a scaffale per capire dove comprare al meglio? Va studiato mediando tra la percezione delle proprie necessità e la collocazione sul mercato, secondo le indicazioni del marketing? Nasce dal punto di intersezione fra la legge domanda/offerta e costi di produzione? È una parte integrante del racconto del vino e della sua immagine? Varia in modo discrezionale ma secondo giustizia? È un prezzo civetta specchio per le allodole? È un prezzo di copertina per restituire l’invenduto al produttore e mandare al macero la bottiglia?

Chiusura pirotecnica della nostra antologia.

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Matteo Massagrande

 

IL PREZZO SORGENTE

«Si dice Prezzo Sorgente il prezzo indicato in etichetta, al quale un produttore vende al consumo diretto il suo pane, la pasta, il vino, l’olio, qualsiasi alimentare, sia naturale, sia manufatto, comprensivo della sua remunerazione. Evidenzia con un semplice dato sulla confezione (nel caso del vino, nella retro-etichetta) i rapporti di produzione e le appropriazioni di ricchezza che avvengono nella filiera della circolazione dei prodotti. Permette la riduzione della distanza alimentare e la diminuzione della catena produzione-consumo; è un maggior investimento di fiducia tra consumatori e produttori ed è il primo passo per rendere possibile la tracciabilità del prezzo oltre a quella del prodotto. 
Il Prezzo Sorgente non deve essere imposto, ma deciso da ogni produttore; non intende creare gerarchie o ulteriori regimi di controllo, bensì relazioni basate sull’etica della responsabilità e della cooperazione. Anziché imporre i prezzi, si vuole darne a beneficio del mercato la tracciabilità, cioè il percorso del prezzo e individuare se l’elemento di fiducia – che il produttore, il commerciante, il distributore hanno costruito – sia corretto e quindi meritevole d’acquisto.
Un deficit enorme si è venuto a creare, è il deficit di fiducia, l’idiosincrasia tra aspetti di produzione e quelli di consumo. Occorre ricostruire un binario da dove finanza, economia, produzione hanno deragliato. Parole semplici: massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi. Occorre costruire una filiera di co-produzione che mette assieme l’origine con l’elemento finale del consumo.» 
Terra e libertà/critical wine

 

PREZZO SORGENTE E MISURA DELL’AZIENDA

  • «La definizione del prezzo come quello a cui è disponibile a vendere al consumo diretto lascia la libertà al produttore, e quindi potrà di volta in volta coincidere con un prezzo più affettivo che razionale se si tratta di un vignaiolo artigianale con una distribuzione ridotta. Il prezzo che nel suo intimo, con la sua esperienza, con i suoi valori il contadino vuole ricevere per la sua opera di alto artigianato. Un produttore di grandi dimensioni difficilmente potrà esprimere un prezzo in modo così soggettivo e libero come invece può permettersi un artigiano. Semplicemente perché oltre certe dimensioni prevale la logica del bene dell’azienda sopra ogni altra. E se il prodotto nasce in modo industriale, allora il prezzo seguirà delle logiche di mercato. Analogamente se il prodotto nasce già in vista del mercato.»
    (articolo in glimicidelbar)

IL PREZZO SORGENTE VISTO DAL CONSUMATORE ASSOLUTO

  • «A cosa serve conoscere il prezzo sorgente?
    1. Il prezzo sorgente serve a permettere a chi compra una bottiglia di sapere quanto sta pagando per il servizio (i.e. averla lì sul posto, pronta, in buono stato, selezionata etc.) e scegliere di conseguenza, sarebbe quindi una pura informazione. Idem per il prezzo franco cantina.
    2. Perché mi interessa solo sapere quanto ricarica l’enoteca e non il produttore? Interessanti sono tutte le informazioni, ma alcune sono più utili a fare una scelta meglio informata. Per il produttore di un dato vino non mi è utile sapere quanto ricava, dato che non ho alcuna alternativa nel comprarlo! Mentre dato che per acquistarlo le alternative ci sono eccome, il saperlo mi torna utile.
    Direttamente dal produttore in loco (franco cantina); dal produttore ma da remoto via mail; dal sito di e-commerce dello stesso produttore; da una grande enoteca lontana, da una piccola e vicina che magari fa anche mescita e me lo fa assaggiare, dalla GDO, da un gruppo d’acquisto.
    Ora dato che dispongo di diverse alternative, ma anche di un cervello residualmente funzionante, credo che il prezzo minimo non sia l’unico criterio da usare per scegliere, e neppure quello prioritario. Ci sono diversi fattori da considerare nella scelta (disponibilità locale, costo della conservazione ottimale, possibilità di resa etc.). Ma per valutarli devo disporre di informazioni.
    Per me questo è (o sarebbe) il “vero” servizio offerto, dalle enoteche: scegliere vino, conservarlo bene, renderlo disponibile in prossimità etc. E lo offrono tutte quante, chi meglio chi peggio.»

E IL PREZZO E BASTA VISTO DAL CONSUMATORE E BASTA

  • «Il prezzo sorgente e soprattutto la discussione attorno ad esso non fregano una pippa al consumatore medio internauta come me. È veramente una s… mentale di voi del settore! Io vedo un vino in enoteca che non conosco bene a 35€? Cerco in internet, vedo se si può acquistare direttamente, chiamo il produttore o il distributore e poi sarò io a farmi i conti se mi conviene prendere 12 bottiglie e ammortizzare i costi di spedizione o se pagare i (diciamo) 5 euro in più dell’enoteca per assaggiarlo….o no?»
    (commento in Intravino)
  • «Mi viene il dubbio allora che il prezzo sorgente, per chi non sa una ceppa di costi di trasporto, di costi di manutenzione, di costi per la ricerca e la scelta dei prodotti ecc., non chiarisce nulla, se non nella percezione visibile del ricarico finale. A cosa serve allora? A dare la possibilità di un confronto fra diversi rivenditori? No, perché il confronto si può fare comunque sul prezzo finale paragonato fra più negozianti. Tu dici “se quel 50% ha un valore maggiore del mero costo di trasporto allora il discorso cambia”. Ma per chi, per noi che siamo dentro al settore o per loro?
    Come glielo spieghi che devono essere contenti di pagare il 50% in più, tanto più in questo periodo di crisi dove tutti tirano la cinghia?
    La mentalità generale è: vado dove risparmio di più, il resto è fuffa.»
    (commento in vinotecaonline)

IL PREZZO CONSEGUENZA DI DOMANDA E OFFERTA, VERSIONE BRUTAL

  • «Il prezzo di un bene non ha nulla a che fare con il costo di produzione, le intermediazioni, e di conseguenza le famose disintermediazioni. Da che esiste il mondo, il prezzo di un bene equivale al suo valore, ed È questo esattamente il motivo per il quale esistono vini da 1 euro e vini da 5000 euro a bottiglia. I primi non coprono i costi, i secondi hanno profitti altissimi. Ed È anche inutile dire che si È comprato un oggetto ma si pensa che sia troppo caro, perchÈ evidentemente lo si È comprato perchÈ gli si È dato il valore che corrisponde al prezzo. Tutto questo esiste da che esiste il commercio fatto con le tavolette di cera e non cambia solo perchÈ esiste internet o qualunque altra tecnologia o possibilita’ di “disintermediazione”. 
    Venendo al vino, se quel vino vende ad un prezzo di 10 euro, e la gente lo compra, il prezzo di quel vino È 10 euro, punto.»
    (commento in Intravino)

PREZZO E MARKETING

  • «Molto spesso il produttore vinicolo assegna un prezzo al vino che è la somma di tanti aspetti: i costi di produzione, l’aspettativa di guadagno, gli sforzi di comunicazione, i valori aggiunti dettati dal momento dall’enologo di grido al naturale gridato. Capita di frequente che si tralasci quel tipo di lavoro cosiddetto “ricerca di mercato”, ovvero quello che il prodotto rappresenta in termini di valore in un dato posto ad un certo momento. Quindi avremo un vino prodotto a Gaambellara la cui aspettativa di ricavo è 10,00, ma che a Torino spunta un prezzo sorgente 5,00 definito dal punto di intersezione tra domanda e offerta. A differenza di Soldera, il cui valore sul mercato rimane alto in quanto la richiesta è costante.»
    (commento in Intravino)

IL PREZZO TRA COSTO DI PRODUZIONE E DOMANDA/OFFERTA

  • «Concordo con chi sostiene che in una società di mercato l’incontro tra domanda e offerta definisce una parte del prezzo. Poi altre variabili, personali, di opportunità, commerciali, di brand, etiche, commerciali, e via dicendo influiscono in quella parte del prezzo non definibile a priori. Esiste però un calcolo preciso, in termini economici, variabile anch’esso da produzione a produzione, da annata ad annata che consiste nel calcolo del lavoro e dei beni necessari alla produzione di un determinato bene. Capitale fisso e capitale variabile: dentro a queste due variabili ci sta’ dentro tutto quello che un produttore ha impiegato per realizzare quel determinato bene a quelle determinate condizioni. Bene, l’utile provocazione sul prezzo sorgente, a mio parere, serviva e serve per definire il margine variabile, e a volte variabilissimo nella determinazione del prezzo di un bene. Fossimo consapevoli di questo probabilmente non accetteremmo più di pagare alcuni prezzi per certi beni e forse, creeremmo un circuito maggiormente virtuoso a fronte di salari e condizioni di vita sempre più povere. Chiunque di noi, almeno credo, nel momento in cui acquista un bene si chiede o si è chiesto se quello che paga corrisponde ad un prezzo ‘giusto’ e per giusto non intendo un valore assoluto, ma un valore relativo a quel bene. Il valore relativo è dunque quello legato alla produzione. Molti poi si saranno indignati ad esempio scoprendo che il prezzo ‘sorgentÈ di un paio di Nike comprensivo di lavoro (capitale variabile ipersfruttato) è di 5 dollari, ma le diverse transazioni commerciali lo portano a 120 dollari il paio nei negozi occidentali. Quindi non esiste il prezzo sorgente all’interno di una transazione, ma questi esiste, al contrario, nella produzione. E se questo ci aiuta a capire cosa paghiamo quando compriamo qualcosa, se ci aiuta a capire il livello di sfruttamento o meno che sta’ dietro un prodotto, la sua qualità ecc., allora ben venga la provocazione sul prezzo “sorgente“.»
    (commento in Intravino)
  • «A chi compra un qualunque bene, consumatore finale o intermediario, dei costi di produzione di quel bene (che potremmo anche chiamare prezzo sorgente, includendovi una dignitosa retribuzione del lavoro del vignaiolo nel nostro caso) non gliene frega assolutamente niente: gli importa solo di comprare il massimo con il minimo. La legge della domanda e dell’offerta determina il valore di scambio,e questo inevitabilmente cambia a seconda dei termini della contrattazione. Non di rado, almeno in tempi di crisi, con il produttore soccombente al di sotto del suo presunto “prezzo sorgente”. Comunque sono discussioni inutili e qualche volta anche poco gradevoli. Se qualcuno pensa di poter creare un mercato del vino a “prezzo sorgente” non ne parli più e lo faccia: personalmente sarò lieto di riconoscere che avevo torto. Ma alla prima bottiglia che vedo in giro a prezzo inferiore a quel listino, oppure alla prima azienda che si ritira dal business perché ha trovato chi paga meglio, anticipo che mi renderò sgradevole con il classico “io l’avevo detto»
    (commento in Intravino)

IL PREZZO DEL RACCONTO

La questione non è semplicemente la difesa di una logica di circuito commerciale, ma è anche la consapevolezza che il discorso della valutazione del vino è un’argomento complesso e che insistere sulla sua trasformazione in un prezzo oggettivo può essere un vero danno a quella che chiamiamo la narrazione del vino. Si fronteggiano da un lato un consumatore che vorrebbe che tutto fosse riducibile ad elementi intellegibili e quantificabili per arrivare ad una trasparenza assoluta che gli dia l’illusione di poter scegliere la migliore delle offerte possibili e dall’altro lato un produttore ed un intermediario che sanno quanto illusorie e manipolabili siano queste apparenti certezze e di come non ci possa essere pretesa oggettività se non c’è competenza per leggere i dati forniti, siano essi prezzi o ingredienti sull’etichetta.

  • «Il prezzo non dipende dal costo del prodotto, ma dal valore che il compratore è disponibile a riconoscergli e che il venditore è capace di incorporarvi. Se il prezzo è il valore che il compratore è disponibile a riconoscere a quel prodotto, questo sottintende anche che QUEL compratore è disponibile a riconoscere a QUEL prodotto (nel senso fisico di quella bottiglia che sta lì davanti a lui) in QUEL momento, per QUELLA specifica finalità che ha adesso in mente, in QUEL luogo dove l’acquisto avviene. Ci sono volte che pagheresti anche 100 euro per avere proprio quella bottiglia che per mille ragioni desideri bere proprio in quell’istante. E invece eccoci tutti lì a dare per scontato il “prezzo fisso” come fosse la cosa più giusta e scontata. Balle. Volpetti a Roma, da sempre, vende lo stesso prosciutto nella stessa bottega a un terzo del prezzo che fa a me se a comprarlo è la vecchietta der Testaccio che va da lui come se andasse allo spaccio sotto casa, perché per lei è lo spaccio sotto casa, mentre per me è il tempio del prosciutto a Roma. Il prezzo non è un elemento contabile, a meno che non parliamo di commodities (ma allora non ci si lamenti della disintermediazione). Il prezzo è un potentissimo mezzo di comunicazione, e come tale va gestito.»
    (commento in vinotecaonline)
  • «La seconda obiezione è contro tutti voi, così concentrati a difendere il ricarico (una battaglia da non combattere, io come compratore vi vorrei sempre tutti a ricarico zero). La verità è che al compratore dei costi non gliene frega assolutamente niente. Ciò che il compratore valuta è il “valore per lui” di ciò che si accinge a comprare. Ecco allora che l’esercizio di formazione dei prezzi da parte del venditore deve diventare (ma tanto, a parte me, non lo farà nessuno, lo so già, fifoni che non siete altro) l’esercizio – dimenticando i costi! – di immaginare il valore che quel prodotto può rappesentare per il suo cliente. Accadrà così di avere prodotti pagati niente da rivendere a un prezzo altissimo (borse in plastica Vuitton prodotte n Cina dice niente?) o il suo contrario. Solo dopo aver fatto questo esercizio si andrà a determinare la sostenibilità economica dei prezzi così determinati (domenticandosi i costi e ragionando da compratore) con gli effettivi costi di acquisto. Se i conto non tornano, semplicemente sto comprando male: pago troppo o compro cose che non dovrei comprare.»
    (commento in vinotecaonline)

IL PREZZO (SORGENTE) DEL RACCONTO

  • «La vendita diretta a prezzo sorgente in contesti diversi dal normale poi (es. vino in fiera anziché in cantina), non dovrebbe scandalizzare più di tanto gli intermediari, è un’attività di comunicazione prima di ogni altra cosa. Sono bottiglie che girano, sono persone che conoscono un prodotto che a loro volta, se gli sarà piaciuto, cercheranno anche nelle enoteche»
    (commento in vinotecaonline)

IL PREZZO SORGENTE NON ESISTE

  • Come può esistere il prezzo sorgente per un articolo in continua evoluzione nel tempo e soggetto a una infinità di variabili: l’evoluzione delle singole annate, la collocazione della cantina, numero di bottiglie acquistate, promozioni, mode, ecc. ecc., sono cose difficili da spiegare al momento dell’acquisto, se viene venduto con un ricarico non adeguato può significare che viene svenduto perchè non si riesce a vendere, se viene venduto con un ricarico superiore al normale si viene considerati disonesti, in ogni caso non si fa una bella figura.»
    (commento in Intravino)
  • «Con tutto il rispetto che è dovuto a chi ha una visione romantica delle cose, per cui basta scrivere una cifra su un’etichetta per risolvere una volta per tutte il problema dei ricarichi eccessivi della filiera, o semplicemente per fornire trasparenza, devo ribadire: quella cifra, quel numero, non esiste. E per quanto qualcuno (a cui va, ripeto, il mio rispetto) si sforzi di indicare il prezzo sorgente in etichetta, si potranno sempre verificare fenomeni di mercato che renderanno quel numero semplicemente non vero.»
    (commento in Intravino)

PREZZO SORGENTE E PREZZO DELLE UVE

  • «Nota a margine sui costi sorgente: in questi giorni ero in Sicilia, Marsala per la cronaca e girando per cantine mi trovo a discutere con un giovane del luogo che mi racconta di fare l’autista di pullman per tirare a campare nonostante abbia 25 ettari di vigneto… questo perchè le uve negli ultimi anni sono passate da quotazioni di 80 — 120 euro a quintale a quotazioni dell’ultima vendemmia di 12 — 15 euro a quintale…»
    (commento in Intravino)

PREZZO CIVETTA

  • «Io direi che chi riesce a piazzare tutto e subito sarà sicuramente di successo ma fa anche volumi ridotti puntando esclusivamente sulla qualità. Questi produttori non solo non sono presenti nella grande distribuzione ma nemmeno lo vogliono. Come ben sai questo tipo di commercio prevede una ragionata svalutazione di alcuni prodotti (il famoso “specchietto per le allodole”) ragionando su economie di scala vaste in cui si può anche metter in conto il “sottocosto” su un prodotto per calcolare ricavi importanti su altri, magari di settori merceologici diversi. Un produttore che abbia una riconosciuta qualità e una produzione intorno alle 500.000 bottiglie con una fascia di prezzo in cui il suo prodotto base viene al pubblico non meno di 11/12 euro che vantaggio avrebbe a commercializzare in GDO un prodotto con un prezzo civetta, sapendo che non è quello il canale di riferimento principale della sua merce, con in più il rischio di una sovraesposizione e un sottocosto?»
    (commento in Intravino)

PREZZO… DI COPERTINA

  • «Io sarei per la trasparenza, e sarei già sufficientemente contento se ci fosse un prezzo consigliato dalla casa vinicola, ben evidente, come succedeva sulle merendine nei supermercati negli anni 80/90…poi arrivò come una scure la GDO che disse “il prezzo lo faccio io…” Addio!»
    (commento in Intravino)
  • «Bé, per il libro c’é un diritto di reso dell’invenduto che spesso é illimitato nel tempo… Sì! Accetto il prezzo sorgente in etichetta ma solo se posso anche restituire l’invenduto.»
    (commento in Intravino)

ANTOLOGIA PRIMA PARTE
ANTOLOGIA SECONDA PARTE
ANTOLOGIA TERZA PARTE


Autore Nicoletta Bocca

È cresciuta a Milano, con un padre grande appassionato di vini piemontesi. Non avrebbe mai osato sperarlo, ma con il tempo e grazie ai viaggi nelle Langhe, diventa un viticoltore a Dogliani. Rimane però curiosa di altri mondi, le piace ascoltare le persone e raccontarne le storie.