L’ENOTECA FAVOREVOLE O INTERLOCUTORIA

Dal lato opposto ai propugnatori del Gran Rifiuto troviamo alcuni rivenditori possibilisti, aperti, democratici, lungimiranti, che prendono atto che la disintermediazione è cosa fatta e che ad opporre resistenza, potrebbe trattarsi di partita persa, salvo poi ripensarci ritornando sui propri passi. Oppure rivenditori che vedono nel prezzo sorgente motivato, un percorso ragionato e possibile per coinvolgere i clienti in una consapevolezza di territorio. 

massagrande

Matteo Massagrande, Pianoforte, 2006

 

OLTRE L’ISTINTO

  • «Il primo motivo è ideologico, quindi possibilmente il più personale, però tengo ugualmente a dirlo. Io sono per natura contrario alle rendite di posizione che dovrebbero consentire alle categorie commerciali un guadagno basato su una specie di obbligo: o compri da me, o niente. In realtà io cerco, sempre ed ovunque, di disintermediare per quanto mi è possibile. Mentre soffro enormemente quanti, in condizione di monopolio, mi infliggono la gabella della loro inossidabile presenza. Coerentemente a quanto sopra, non posso imporre una condizione di intermediazione ineludibile riferita alla mia persona. E con che faccia? Io credo che tutti dovrebbero vendere qualsiasi cosa a chiunque. Sta al compratore verificare quale sia il venditore più adatto per lui.
    Se non fosse abbastanza chiaro al mondo cosa sia il mio lavoro, lo spiego ora: io faccio il commerciante. Quello che vendo a dieci l’ho pagato cinque, se va bene. Se va male l’ho pagato sette, e a volte va benissimo e càpita di pagarlo quattro. Io non lavoro gratis, io credo di metterci un discreto impegno in quel che faccio, e pensate un po’, voglio guadagnarci bene. Il consumatore finale che non comprende questo fatto, che non è d’accordo, che non giustifica il sovrapprezzo, ha pure i suoi buoni motivi. Quel che è certo, è che a me non interessa come cliente. Voi lavorate gratis? Non mi risulta. Non volete pagare l’intermediario? Siete liberi. Io lavoro per tutti gli altri che non hanno il tempo, la voglia e la competenza per disintermediare.»
    (tratto da vinotecaonline)
  • «Dopo aver molto parlato di prezzo sorgente (che combinazione) sempre ai soldi sto a pensare. Cos’è successo in definitiva a Terroir Vino che meriti qualche altra discussione? Ho trovato alcuni prezzi sorgente assurdamente alti. Per lo più con una sola giustificazione, che mi ha fatto letteralmente cadere le braccia: “faccio poche bottiglie, le vendo tutte in azienda, il prezzo è questo e ciaopepp”. […] Ora sarò almeno un po’ autoreferenziale, ma credetemi quando dico che tra le cose che sono in grado di fare c’è valutare un vino. E con questo intendo dire che so fornire un parametro di valuta. Quando assaggio, sono spannometricamente in grado di dire “questo vale cinque euri”. O quindici, o cinquantacinque – ho reso l’idea. Non formulo questo valore in base a costi aziendali, ma in base ai prezzi medi reperibili per quel livello qualitativo. Poi diversi elementi accessori (territorio, rarità, costi di esercizio) influiscono profondamente sulla dinamica dei prezzi. Ecco perché, per fare un esempio, un bianco delle Cinqueterre che abbia un livello eccellente (un 84/100) costa dal doppio al triplo di certi pari punteggio veneti. Fin qui dovremmo essere tutti d’accordo. Bene. Questa dinamica prezzo/valore, dal mio punto di vista, presenta elementi contraddittori a volte non giustificabili. Perché un Gavi (è un altro esempio) di un produttore magari bloggarolo, twitterato, due-punto-zero, venditore diretto, costa in cantina 12 euro, come un Gavi di un oscuro contadino disconnesso, ma reperibile a quel prezzo in enoteca (e di pari punteggio, ovvio)? Dove sta il bug, il baco, il difetto? È possibile che sia solo questo: il primo produttore (manco fosse un enotecaro qualsiasi) ci vuole guadagnare. Che, com’è noto, è del tutto legittimo. Ma il famoso vantaggio della vendita in azienda dove va a finire?»
    (tratto da vinotecaonline)

IRONICO – INTERLOCUTORIO

  • «Ho imparato moltissimo da un illuminante esperimento di comunicazione. In quell’occasione al pacchetto della farina si era allegato un foglietto che spiegava che attraverso il prezzo di acquisto di quel prodotto, si recuperava un territorio, se ne salvava una economia ed una filiera produttiva e commerciale. In questo caso il PS consapevolizza, non demonizza e regala buonsenso a chi ne deve dare un prezzo in bottega. Il PS dichiarato in etichetta o in altre maniere lo trovo come un’ulteriore tentativo per vivacizzare le vendite del vino. Ma per esperienza so che alla sorgente si abbeverano anche i mai sazi, quelli che al prezzo surgivo preferiscono quello “ghiacciaio” o “nube”, insomma quelli che poi rovinano la festa.»
    (commento in Intravino

LA SFIDUCIA NEI RIVENDITORI

Quello che è innegabile è che anche le enoteche sono sotto il fuoco incrociato di produttori e consumatori che non esitano a rivelare la loro sfiducia per un servizio che sovente non c’è, o per dei rivenditori che non esitano a mettere il produttore con le spalle al muro, richiedendo sconti notevoli che non sempre si riversano sul prezzo a scaffale e con ritardi nei pagamenti cronici. Memento: i cattivi professionisti ci sono in ogni mestiere e se si vuole fare un ragionamento non vale attaccare l’enoteca di tizio o caio, ma pensare alla funzione enoteca.

  • «Il cliente che paga 100 (o anche solo 20 o 30) quello che è stato pagato 10 a chi il bene l’ha fisicamente prodotto, penso che abbia tutti i diritti di chiedersi “il perché” di tale prezzo. Esattamente come tutti si “meravigliano” sul perché le arance sicule pagate 30 cent al contadino vengono vendute (se va bene) a 2-3 euro in negozio. Nessuno pretende opere di carità da parte dei venditori, specie su un bene voluttuario quale il vino (di lusso) ma neanche mi sembra corretto che gli intermediari si sentano “nobilitati e autorizzati” dalla loro professionalità a vendere a caro prezzo, spesso a degli incompetenti in materia, ciò che pagano (relativamente) poco ai produttori. Per altro volendoli pure obbligare ad un rapporto di esclusività, pena la perdita del “grande” cliente (anzi, magari di più grandi clienti in cartello tra di loro). Il tutto poi rendendosi impermeabili alle critiche delle terze parti. E, soprattutto, opponendosi strenuamente a possibili iniziative “svela altarini”. Perché alla fine se uno applica un “onesto” ricarico non dovrebbe avere particolari problemi a rivelarlo o ad adattarsi al mercato.»
    (commento in Intravino)
  • «La gente, giustamente, andrebbe educata sull’acquisto di beni dal rapporto gusto/prezzo a loro parere adeguato, il consumatore medio non sborserà mai decine di euro in più per un prodotto che probabilmente non è nemmeno in grado di “capire” appieno, e molto spesso il commercio al dettaglio (e purtroppo talvolta è vero) non viene visto come un valore aggiunto ma come un semplice scarico il camion-riempio gli scaffali-batto gli scontrini e basta, di negozianti che “circondano” il cliente e che gli offrono un reale servizio aggiunto non sono dietro ogni angolo e sarebbe bello se la gente fosse sufficientemente educata, informata e dotata di buon senso da premiare chi quel servizio lo offre e chi no..Solitamente un produttore quel servizio ce l’ha nel dna, conoscendo il prodotto meglio di chiunque altro (per forza, l’ha fatto lui) e se è dotato di un minimo di carisma e di affabilità, sarà capace ovviamente di far vivere una “esperienza di acquisto” superiore rispetto al negozio, facendo oltretutto pagare il proprio prodotto con ricarico inferiore..Ecco allora che il commerciante serio, e per fortuna ce ne sono, non può giocare solo sul fatto che il negozio sta sotto casa e il produttore è a 50 km per pretendere che il consumatore vada a comprare da lui, deve selezionare, acculturarsi, restare aggiornato, conoscere, sviscerare, etc. insomma deve saper incontrare il cliente e soddisfare le sue necessità a 360°, non vendergli qualcosa e fine.»
    (commento in Vinotecaonline)

LA FIDUCIA NEI RIVENDITORI (O QUASI):

IL VALORE AGGIUNTO

  • «Spostiamo l’attenzione su qual è la vera ragione del ricarico di un’enoteca: per acquistare 10 vini diversi provenienti da regioni diverse dovrei prendere un mezzo di trasporto e pagarmi il viaggio, mangiare fuori ecc., oppure dovrei ordinare 6 bottiglie da ciascuna azienda pagando il trasporto di ogni cassa che mi arriva. L’enoteca mi offre il servizio di avere nello stesso luogo e nello stesso tempo tutti e 10 i vini che voglio, pagando un sovrapprezzo che sarà sicuramente inferiore al tempo e denaro che avrei speso per acquistarli separatamente.»
    (commento in Intravino)
  • «Se il commerciante è così bravo da fornire un VALORE aggiunto al prodotto che vende, rappresentato dal ricarico, il prezzo sorgente a mio parere diventa comunicazione essenziale e molto produttiva. Aggiungere un VALORE e non un ricarico: è questa la sfida. Questo perchè a me produttore che, scusate il francesismo, “mi faccio un mazzo tanto” per mettere in bottiglia quel vino o quell’olio o per produrre il mio formaggio, non posso accettare che il VALORE della mia bottiglia che esce dalla mia azienda sia inferiore al VALORE aggiunto dall’enotecaro o dal ristoratore, se questo VALORE non esiste.
    Io produttore questa valutazione posso farla da sempre, con il prezzo sorgente riuscirebbe a farla anche il consumatore.»
    (commento in Vinotecaonline)
  • «I distributori, aziende spesso costituite da giovani appassionati, rappresentano l’unico volano per far si che la qualità venga apprezzata da ristoratori ed enoteche e questo significa anche “ridurre la distanza tra produttore e consumatore. I distributori, sempre più spesso sono persone appassionate, conoscitori dell’azienda e dei processi produttivi, che rispettano il produttore e ne valorizzano gli aspetti meno noti. Investono in benzina, telefonate, viaggi, tempo….è il loro lavoro e va rispettato.»
    (commento in Laterratrema)

LA FORBICE DI RICARICO

La discussione finisce naturalmente quasi sempre, o sull’aggressivo o sul tentativo di spiegare che il proprio lavoro viene fatto in trasparenza e onestà, quindi sulla forbice di ricarico che determina l’aumento del vino nel passaggio da produttore ad intermediario. Bonfio, presidente dell’associazione di enoteche Vinarius, ritiene che una forbice corretta sia tra il 30% e il 50%, ma alcune enoteche sostengono che per lavorare all’interno di quella forbice ci si deve limitare ad un lavoro di routine, abbandonando gli investimenti necessari a un lavoro di ricerca. Altri invece rivendicano puramente il diritto ad avere il margine che la loro bravura professionale gli consente di avere, come del resto avviene anche per il produttore.

  • «Ho un’enoteca al centro con ricarichi normali che fa un lavoro normale, e un’altra in periferia con una offerta del tutto particolare con ricarichi altissimi, con un’offerta talmente particolare che non sono disposto a mediare, o va con quei ricarichi o chiudo… Trenta produttori di champagne dieci di rieslung tedeschi e una ventina di francesi di diversa origine tutti importati in proprio o si È disposti a pagarli o mi tango il mio lavoro da bottegaio che compra e vende quello che gli conviene con il minimo sforzo guardando i listini dei rappresentanti e chiedendo sconti sull’anticipato e sulle quantità. Se io ti do un’offerta superiore alla media la devi pagare, se non sei disposta a pagarla arrivederci e grazie. Ci sono quindici champagne in mescita e un prosecco, quel prosecco costa una cifra assurda al bicchiere, perché costa quasi quanto pago una bottiglia, e un euro meno dello champagne più economico. Ma per me vendere prosecco in quel posto e averlo È solo una rottura di palle, se lo vuoi lo paghi. Mi paghi tutta la professionalità e l’impegno per costruire il resto e sei contemporaneamente punito per averlo ignorato. ma a parte questo. Il posto sta andando abbastanza bene, vedremo se ce la farà ma ti assicuro che non puoi mettere su una cosa del genere con un ricarico del 40. Chiudi dopo un mese. Volete un ricarico del quaranta??? Beccatevi le enoteche tutte uguali tutte con gli stessi vini di cui parlano tutti, volete qualcosa di diverso??? Accomodatevi ma li dentro il 40 neanche sul nero d’avola. Per quel ricarico faccio come tutti gli altri e vivo bene e con poco sforzo.»
    (commento in Intravino)
  • «Semplicemente penso che non è scritto da nessuna parte che gli intermediari debbano tutti effettuare il ricarico del 10-20 o 30%. Se un’enoteca o un ristorante è in grado di vendere un determinato vino al 10% o al 50% in più rispetto ad un altro suo collega questo sta solo alla sua bravura di commerciante e non per questo è da ritenere un ladro. Credo sia l’obiettivo di chiunque cercare di guadagnare il più possibile dal proprio lavoro, o no?»
    (commento in Intravino)
  • «Facciamo un esempio: vino xxx a 10 €. Lo compra l’enoteca della bassa bresciana e lo rivende chessò, a 13,50 €. Lo compra l’enoteca in centro a Firenze e lo vende a 17 €. Non per questo l’enotecaro di Firenze è un ladro, più probabilmente ha un affitto doppio di quello dell’enoteca della bassa bresciana, e magari ha anche un paio di persone in più a libro paga…. Insomma, le componenti che vanno a formare un prezzo sono le più disparate e variano di caso in caso. Non esiste il giusto ricarico di cui si parlava sopra, ma esistono i ricarichi che permettono ad ognuno di portare avanti un’attività.»
    (commento in Intravino)
  • «I ricarichi anche per essi variano in base a come sono strutturati e dove si trovano i locali: è evidente che la voce più alta per molti sia l’affitto e che con i margini (leggi sproporzione tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita di ogni bottiglia) ognuno vada a remunerare i costi fissi (affitto, personale, luce, gas, ecc). Ora sarei curioso di sapere mediamente quante bottiglie vende o deve vendere un enoteca per “starci dentro”. Ho la sensazione che per quanto siano alti i ricarichi per pagare qualcosa come 2.000 euro (son buono) di affitto in un grande centro urbano hai voglia a botte anche di 10 Euro (averne!) di margine a bottiglia solo per l’affitto van via 200 bottiglie. E sicuramente con quell’affitto non stanno nel duomo o in zone centrali di grande passaggio. Pagati i costi poi devono mangiarci (l’utile). In molti settori l’utile, cioè pagate tasse e costi, è meno del 10% dei ricavi.»
    (commento in Intravino)
  • «Perché un caffè (7 grammi) costa 1 euro e un chilo costa 140 euro e va bene, la bottiglia al 40% no?»
    (commento in Intravino)
  • «Se un’enoteca ricarica tra il 30 e il 50 è onesta se ricarica di più il proprietario è un ladro. Bene. Vi faccio notare che il vino è il prodotto alimentare con la variazione di prezzo dall’origine al consumo più bassa.
    – sapete qual’è il ricarico medio nel mondo dell’abbigliamento??

    – nelle ferramenta?
    – nell’alimentare in genere?
    – nel mondo della birra?????
    – L’acqua minerale?????????????????
    -Il caffèèèèèèè???????????»
    (commento in Intravino)

FORBICE E LUOGO

  • «Onde evitare di fare ti tutta l’erba un fascio vi inviterei a considerare che non esiste un concetto univoco di enoteca. Esistono varietà molteplici che variano a seconda di una serie di fattori: la posizione (zona di alto passaggio, zona residenziale? via secondaria o principale? centro o suburbe?) la densità di popolazione circostante, la facilità di approvigionarsi presso altri punti vendita. Tutte queste cose variano drasticamente le politiche di vendita dei proprietari. Personalmente ho tre colleghi nell’arco di 800 metri, ho un’attività in zona piuttosto centrale, su via principale in quartiere residenziale benestante. Tutto ciò determina un approccio alla materia vino che per forza di cose risulterà differente dal mio stesso collega che, ad appena 800 metri di distanza ha un contesto socio urbanistico completamente diverso.»
    (commento in Intravino)

 

IL CONSUMATORE ASSOLUTO VISTO DALLE ENOTECHE

Alcune enoteche, in particolare quelle che si fanno il mazzo, instaurano con i loro clienti un rapporto di amore e odio esattamente come quello che i produttori instaurano con le enoteche. Sono i destinatari del loro lavoro ma a volte pretendono molto dando poco (oltre il denaro), e allora la tentazione può essere forte.

  • «Aggiungo: bere vino e saperne parlare, per qualcuno, fa “figo”; in certi ambienti devi essere aggiornato sul “pezzo” del momento (adesso sono i vini naturali, 10 anni fa erano le barique, domani chissà…). Il sogno massimo di questi chiacchieratori di professione sarebbe bere tutti i vini più cool del momento senza pagare una lira e poi discettarne amabilmente. Qui casca l’asino: il vino costa! Ecco allora che nascono gli escamotage tipo chiedere accrediti alle degustazoni per “addetti ai lavori” (salvo poi uscirne spesso malconci non avendo l’intelligenza di sputare), inventarsi improbabili gruppi d’acquisto, vini a km 0, spacciarsi addirittura per locali specializzati presso le cantine per sgargarozzarsi una bella degustazione e portarsi via un paio di casse a prezzo di acquisto. Evidentemente tutto ciò non basta, si vorrebbe mettere il naso negli affari dei “bottegari”, giudicando l’equità dei loro guadagni.»
    (commento in Intravino)
  • «Pure i biovinoterroiveristicodinamici l’hanno capito e stanno abbandonando lentamente la vendita diretta. Chissà come mai? le cantine schioppano di vino e forse un commerciante gliele svuota un po’ di più del pidocchioso di turno. E come giudicare quell’essere che per comprare un barolo a 27,5 euro in cantina anzichè a 30 da me inquina si spara 1200 km, si pippa tra autostrada, e benza almeno 200 euro…. quante bottiglie deve comprare???? Siate meno ridicoli. C’è crisi? Si calano le pretese punto e basta.»
    (commento in Intravino)

PIÙ REALISTI DEL RE

Un piccolissimo e volonteroso drappello di produttori, con l’aperto sostegno dei rivenditori, intervengono per spiegare quale sia l’economia di mercato vigente e come in questa economia, il prezzo sorgente non sia altro che una assurda utopia senza senso. Sono schierati sulle posizioni di rifiuto di ogni alternativa all’attuale sistema espresso dalle enoteche e da tutti coloro che fanno parte del circuito commerciale. Sicuramente in cuor loro desidererebbero che ad un sistema teoricamente perfetto secondo l’attuale economia di mercato ne corrispondesse anche uno realmente perfetto. Conoscono le pecche delle enoteche, dei winebar e dei ristoratori, li comprendono, sopratutto sanno che fanno parte di una realtà con cui è necessario misurarsi per contenere il danno, e sperano in una migliore applicazione della formula.
Per loro il prezzo sorgente non esiste, oppure è quello medio presente sul mercato, che rappresenta il punto di maggiore stabilità, quindi bisogna applicare gli opportuni accorgimenti sperando che questi portino alla presenza di prezzi di uno stesso prodotto il più possibile simili. Sanno che vendere a tutti allo stesso prezzo può creare disequilibri sul mercato e che, siccome il prezzo tende ad allinearsi verso il basso, avere vini che circolano a prezzi diversi di cui alcuni decisamente più bassi degli altri, tenderà a portare i prezzi in quella direzione. L’idea dei produttori che sostengono il prezzo sorgente, invece, è che nella pratica proprio il sistema di sconti messo in opera dai produttori per ottenere questo effetto di stabilità, a generare la differenza di prezzi sul mercato, poiché i rivenditori utilizzano gli sconti quantità ottenuti per creare competizione con i colleghi.
Ma le posizioni più interessanti sono quelle dei produttori che avendo appoggiato l’idea del prezzo sorgente e di filiere alternative, cercano ora di dare una nuova interpretazione agli strumenti tradizionali, basata sui diversi rapporti umani con le nuove generazioni di venditori in grado di comprendere il valore di solidarietà del circuito commerciale.

  • Se faccio l’ingrosso, e spedisco un pallet o due a tizio che sta in Germania, il prezzo è quello minimo, equivalente al listino per operatori meno circa il 30%, che sono le spese commerciali che io non sostengo e incorporano una parte di margine per il distributore che così potrà uscire con i vini ad un listino prezzi simile a quello dell’azienda. Quest’ultimo è il prezzo pieno per operatori, quello che paga Fiorenzo l’enotecario, sul quale opera un ricarico medio del 40%, per pagare i suoi costi di dettagliante e remunerare il suo lavoro. Al momento che io divengo dettagliante, il mio ricarico sarà simile a quello di Fiorenzo, magari invece del 40 metterò il 30%, oppure mi posso permettere di dare un servizio in più compreso nel ricarico normale, come la spedizione senza spese. Il motivo di questo è lo stesso per il quale Fiorenzo ricarica sul prezzo, per pagare i costi della vendita al dettaglio (che ci sono, per es. basti pensare alle ore spese insieme ai clienti quando vengono a comprare un cartone di vino in azienda, per non parlare delle decine di bottiglie aperte, ecc.) e per remunerare il lavoro. Ogni lavoro deve essere remunerato, altrimenti non si chiama lavoro, si chiama hobby. Per me è tutto chiarissimo, e per lo più ha l’effetto non trascurabile di rendere i prezzi di uno stesso prodotto omogenei e simili in tutti i mercati, il che per me è indice di serietà e attenzione commerciale: non c’è cosa più antipatica di vedere lo stesso prodotto proposto a prezzi diversi, chi lo ha pagato di più si sentirà inevitabilmente preso in giro. Il prezzo di un iPhone È diverso se lo comprate alla “sorgente”, ovvero da Apple, o da qualunque altra parte? No, È la risposta. Gli unici che potrebbero, verosimilmente, fare casino con i prezzi sono quelli di Apple, ma certo ci pensano due volte. Per il vino, pare, dovrebbe invece essere differente. Vallo a capi’.»
    (commento in Vinotecaonline)
  • «Poi discorso di rispetto verso la rete vendita, io credo che se vuoi far girare il tuo prodotto lo devi fare assaggiare conoscere ed essere distribuito, le enoteche lo fanno per te guadagnandoci (chiamatemi se qualcuno inizia a campare gratis che lo intervisto) numeri variabili.Il produttore o si mette in testa che sono Enoteche, Agenti, Distributori, Ristoratori, Importatori ed Esportatori che fanno si che il suo lavoro e le sue fatiche abbiano un senso e lavora con listini ragionati e adotta comportamenti seri e costanti nel tempo oppure mi sa che non fa tanta strada.»
    (commento in Intravino)
  • «In qualsiasi settore esiste l’etica commerciale che impone il rispetto della propria rete di vendita. Si organizza una rete commerciale e poi quella rete si rispetta.Un esempio, ci sono decine di produttori che io ho sempre comprato da quando ho aperto, nel momento in cui alcuni di loro hanno deciso di organizzarsi con un rappresentante, o peggio per me con un distributore me lo hanno comunicato e da quel momento non mi hanno più venduto direttamente ma sono dovuto passare per la rete vendita nuova. Avvalersi delle enoteche o vendere ai privati direttamente sono due scelte commerciali diverse. Ti posso dire che qualsiasi quantitativo di vino mi serva e a volte mi é capitato in passato di comprare tutta la assegnazione per Roma di un vino, sono sempre e comunque dovuto passare per il distributore o per il rappresentante. Fastidioso perché il distributore ha fatto solo da passacarte ma giusto perché ci sono degli accordi da rispettare scritti o verbali che siano.»
    (commento in Intravino)
  • «Pensare che sia possibile vendere anche solo 10.000 bottiglie fra fiere e mercatini o circoli arci è impensabile e – credo – neanche troppo giusto. E c’è chi ne deve vendere 100.000 o 200.000… Soprattutto quando la vendita diretta al ristoratore o all’enotecario o anche al circoletto presuppone di NON essere pagati o essere pagati a 120 giorni mentre il “cattivo” distributore paga invece con regolarità e assumendosi tutti i rischi sia di liquidità che di magazzino…E allora non potete non osservare che figure intermedie “commerciali” servono, specie se sono molte e in concorrenza fra loro (esattamente quel che sta succedendo) cioé NON in posizione dominante e monopolistica. Quindici anni fa, quando ho iniziato, giravo a vendere vino ed ero solo soletto contro gli agenti delle super-aziende e prendevo mazzate. Oggi sul mercato si danno e si prendono ma non siamo più soli. Una certa distribuzione del “vino naturale” è nostra alleata non è nostra nemica. A volte dietro ciò che chiamate “monopolio” si celano semplicemente relazioni umane, gente che ti ha dato fiducia quando non eri nessuno, gente che ha creduto in te quando altri dicevano che era impossibile, gente che ha investito nel naturale quando altri lo schifavano non oggi che va di moda, magari – a volte – pure compagni di strada e di lotte. Dite bene, non è impossibile vendere tutto direttamente: il problema è se uno deve fare il vignaiolo o il venditore. Io voglio stare in campagna e non girare come una trottola tutti i giorni a vendere il MIO vino perché il vino deve essere solo MIO e di nessun altro.
    Il mio vino racconta una storia che deve essere di tutti.
    Non smettiamo di sognare e di essere utopistici… Ma un conto è sognare, un conto è la quotidianità di aziende che hanno fatto anche investimenti importanti, non per “sabotare il sistema” ma molto più umilmente per provare a cambiarlo.»
    (commento in Laterratrema)

ANTOLOGIA PRIMA PARTE
ANTOLOGIA SECONDA PARTE

Autore Nicoletta Bocca

È cresciuta a Milano, con un padre grande appassionato di vini piemontesi. Non avrebbe mai osato sperarlo, ma con il tempo e grazie ai viaggi nelle Langhe, diventa un viticoltore a Dogliani. Rimane però curiosa di altri mondi, le piace ascoltare le persone e raccontarne le storie.