Abbiamo voluto riordinare parte del materiale trovato sul web, in una piccola antologia che permettesse di ritrovare alcuni filoni del discorso, mettendo fianco a fianco opinioni che si supportano e si contrastano. Attenzione: antologia, non enciclopedia. Due cose ben diverse. 

 

Matteo Massagrande, Studio, 2012

ALIMENTO
Il vino come alimento e non come merce (di lusso)

 

Dentro questa formula, che ritroviamo nelle discussioni sul web, esiste un aspetto virtuoso che vuole sottrarre il vino alla sua mercificazione nel senso di immissione in commercio di prodotti deprivati di ogni valore nutritivo, confezionati al solo fine di produrre un profitto senza offrire in cambio nessun valore alimentare e vitale. Ma allo stesso tempo questo concetto può essere stravolto sino a diventare allusione ad un limite al valore che un vino può acquisire, valore che lo trasformerebbe in una merce di lusso e non più in un alimento. Si crea così la classica forbice che vede da un lato il vino commodity e dall’altro il vino bene di lusso a cui viene contrapposto un vino alimento che tende a scivolare verso il basso. 

  • «È proprio su questo concetto del vino “bene superfluo, di lusso” che alcuni ci giocano alla grande, il vino secondo loro deve avere alti ricarichi e giungere al consumatore finale oberato di “carichi” secondo me superflui ma che certo fanno comodo ai loro “avidi” portafogli. Il vino deve tornare ad essere considerato “nutrimento”, ”alimento”.»
    (commento in “Gli amici del bar”)
  • «Il ragionamento critico sulla distribuzione va benissimo ma sempre tenendo conto che una bottiglia di vino non è un ceppo di insalata.»
    (commento in “La terra trema”)

 

DIRETTO-DIRITTO
Il rapporto diretto consumatore-produttore

 

Implicito nel concetto del vino come alimento si colloca, nelle discussioni, l’idea del prezzo sorgente come elemento che spinge a un rapporto diretto col produttore per permettere una verifica della fonte della nostra alimentazione. Questo dovrebbe essere nelle intenzioni originarie il concetto di alleanza fra consumatore e produttore, ma questo contatto con l’agricoltura può rapidamente degenerare e non avviene nel rispetto dell’agricoltore quanto nel suo controllo da parte del consumatore sovrano che vuole trovarlo disposto alla trasparenza assoluta e alla gratitudine inesauribile.

 

  • «Posto il presupposto che il vino è diventato bene di lusso (semplificando molto) per effetto del marketing rivolto, in passato, principalmente verso il mercato statunitense, poi nei roaring ’90 questa visione ha colonizzato il continente europeo per mezzo delle denominazioni di maggior risonanza mediatica. Ebbene, io penso che il commercio diretto possa riportare il discorso dall’empireo teorico, spersonalizzante del marketing e dalla volgare iconografia enologica delle società di comunicazione alla terra, agli uomini e alla loro fisicità.Incontrare un vignaiolo ma anche (e forse ancora di più)un agricoltore, un pastore ci permette di comprendere che la terra è la fonte prima ed unica della nostra vita (sia alimentare sia industriale (non dimentichiamo che dall’editoria alla moda, dalla farmaceutica all’arredamento, moltissime se non la totalità delle materie prime sono di origine vegetale o animale)). Per cui è molto importante questo processo di scambio diretto e senza medium fra chi produce e chi consuma, non tanto per eliminare i buoni intermediari (che continueranno ad esserci nell’interesse nostro e dei coltivatori) quanto per operare un doveroso controllo e verifica delle fonti dei nostri alimenti. L’opacità produttiva e dei prezzi è sempre sinonimo di scarsa etica e gestioni truffaldine o mendaci. Quindi i vignaioli applichino i prezzi che credono alla vendita diretta ma rendano palese e verificabile il prezzo sorgente e visitabili i loro vigneti e cantine.»
    (commento in “Gli amici del bar”)
  • «Solitamente in questo blog si parla di produttori che non possono/vogliono rientrare nei canali GDO, che non vendono via web e spesso essendo piccoli sono snobbati dagli stessi agenti che li rappresentano per cui mi chiedo come mai costoro non applichino prezzi sorgente alle vendite in cantina?
    La mia esperienza è che grazie a persone come noi (scusate se mi infilo) e i blog che gestiamo che si incrementa il “rumor” e la penetrazione virale di produttori che non potrebbero permettersi grossi investimenti pubblicitari. Mortificare i bevitori finali che hanno speso tempo e investito fiducia (spesso aprioristicamente, empaticamente) con prezzi da enoteca, credo sia il peggior investimento che possano fare, tanto quanto snobbare il web.»
    (commento in “Gli amici del bar”)
  • «Posto che il vino venduto in fiera dovrebbe essere escluso da qualunque accordo – se partecipi a una qualunque fiera sennò che ci vai a fare ad una fiera del vino? – (lo stesso per la vendita in cantina), per esperienza vissuta vi dico che molto spesso chi chiede un invio di vino direttamente saltando il distributore è perché ci vuole inculare, detto proprio serenamente e con linguaggio da Oxford. Me ne sono capitate di tutti i colori dai difensori della filiera corta e del rapporto diretto e del bla bla bla
    (commento in “La terra trema”)

 

 IL CONSUMATORE ASSOLUTO

Molti di quelli che intervengono sui blog sono consumatori assoluti, cioè molto consapevoli dei loro diritti e decisi a farli rispettare. Il web è la loro salvezza perché è il primo luogo di disintermediazione. Il prezzo sorgente consente loro non solo di disintermediare ma anche di giudicare. Il consumatore, a differenza del produttore, non ha niente da vendere e quindi scoperta la via d’uscita, non deve per forza stare in un sistema, non è trattenuto da nulla. Oggi gli interessa il vino e domani chissà e non importa cosa lascia sul mercato dietro di sé. Può alzare la voce, puntare il dito, sentirsi ingannato da tutto e da tutti ed esprimere giudizi non sempre conoscendo quali sono i termini della questione osservati da un punto di vista che non è il suo. A quel punto, spesso, anche gli intermediari reagiscono.

  • «Non c’è nulla, ma proprio nulla, di etico se il produttore ed il rivenditore “fanno cartello” a danno del consumatore. E, di nuovo, non c’è nulla di etico se il produttore si intasca (in tutto o in parte) il ricavo del rivenditore, senza neppure sostenerne i costi. Sarebbe una posizione di etica commerciale, tutt’al più, quella suggerita sopra, ovvero rifiutarsi di vendere il vino in cantina ai privati. Ma dato che succede di rado, la questione è solamente a quale prezzo si vende (e perché) e chi può conoscere quel prezzo. Io vorrei sapere se, quando compro dal produttore quantità analoghe a quelle di una enoteca, posso avere prezzi analoghi a quelli praticati all’enoteca; e se no perché? Tutto qui.»
    (commento in “Intravino”)
  • «Ti rispondo io. Un’enoteca non è un’acquisto di 120-240-360 bottiglie ma é la prospettiva di quel numero di bottiglie tutti gli anni se non più volte l’anno. Quindi no, non dovrebbero venderti allo stesso prezzo anzi, a meno che tu non vada fisicamente alla cantina, non ti dovrebbero proprio vendere.»
    (commento in “Intravino”)

 

IL CONSUMATORE SOLIDALE

Esistono consumatori che sono consapevoli dei loro diritti, ma che sanno anche in cosa consiste il lavoro del produttore, l’impossibilità di uscire da un sistema di vendita preferenziale tramite intermediari e che è dedicato all’acquisto e rivendita per lavoro e non per passione momentanea. Consumatori che hanno capito che spesso gli sconti di quantità vengono concessi obtorto collo, che non si tratta di una legge economica ma di un ricatto — come dice Corrado Dottori. Alcune voci nella discussione sul prezzo sorgente si levano a ricordare diritti ma anche doveri degli appassionati.

  • «Aggiungo: un privato che va in cantina riceve un trattamento di favore già nell’avere anche un paio di ore di attenzione da parte del produttore. Giro nei vigneti, assaggi dai legni e dalle vasche, assaggi dalle bottiglie… E poi magari compra due cartoni misti. E volete pure il prezzo più basso? Dovreste paga il doppio!»
    (commento in “Intravino”)
  • «Fare il produttore, se si sceglie la qualità, assomiglia molto al fare l’artista. Per fare l’artista ben vengano i committenti, ma se poi cominciano a rompere col loro fai così no fai cosà il giocattolo si rompe. L’artista ha bisogno della libertà d’azione come l’aria: così il produttore e ogni vero imprenditore (commerciante incluso).»
    (commento in “Vinotecaonline”)

 

TRASPARENZA

Concetto molto invocato da parte del consumatore, che la ritiene la base indispensabile per operare una scelta libera e a lui conveniente. In alcune testimonianze diventa ancora più importante del prezzo sorgente stesso e viene invocato non per accorciare la filiera, quanto per disciplinarla, compreso il produttore che dichiarando un prezzo deve poi rispettarlo.

  • «Io trovo giusto sapere nel momento in cui acquisto un bene, quanto pago per un servizio. Io credo che il tema prezzi sia più legato alla trasparenza che non alla filiera corta. Non è detto che la disintermediazione sia per forza un vantaggio perché spesso un produttore non sa e non può fare, far conoscere e vendere il suo prodotto. Ritengo però giustissimo sapere quanto pago i vari passi che portano il vino ( ma anche gli altri prodotti) fino alla mia tavola (mia o quella di un ristorante) perché ho il diritto di sapere e di decidere se davvero il servizio che mi offrono quei soldi li vale (oltre ovviamente a decidere se il prodotto li vale).»
    (commento in “Gli amici del bar”)
  • «Se decidi che pubblicare un prezzo è cosa buona e giusta, devi poi definire quale prezzo. E se non fai una scelta netta e univoca, ti ritrovi con un dato pubblicato che non è più trasparente. Oppure ti affidi a un concetto di prezzo formato nel mercato, però devi essere conscio che non è un mercato perfetto, che non vale necessariamente la legge della domanda/offerta, che la trasparenza si perde e le rendite dovute ad asimmetrie informative sono dietro l’angolo.»
    (commento in “Gli amici del bar”)

 

IL REGNO DELLA QUANTITÀ (E DELLO SCONTO)

Il regno della quantità è il fallimento della comprensione delle istanze profonde del prezzo sorgente. Il non voler capire che il prezzo sorgente non è il semplice rendere pubblico un prezzo di listino ed esporsi nel rapporto con il consumatore alle stesse pressioni e ricatti che si possono avere da un circuito professionale. L’argomento preferito del consumatore assoluto è quello che è la quantità che ordina a metterlo sullo stesso piano di un professionista del vino e non quello che fa nella vita. Non importa se ha davanti un azienda da centinaia di migliaia di bottiglie o se sta parlando con un piccolo produttore: lo sconto quantità è un diritto inalienabile per chi tiene i cordoni della borsa, specie se si sospetta che l’azienda abbia dell’invenduto. Non importa quale tipo di continuità ci sarà, e la virtù sociale di questo consumatore è tutta concentrata nel fatto di associarsi ad altri e fare cordata in vista di uno sconto cosicché un cliente che compra sei bottiglie possa avere il prezzo del distributore che muove sei bancali. Tutto è ridotto al puro e immediato scambio monetario con un eventuale e ulteriore sconto per il pagamento anticipato, mentre una delle basi del prezzo sorgente alla sua origine è proprio di rappresentare il prezzo sotto il quale il produttore non può e non deve scendere.

Cosa rappresenti per la filiera il regno della quantità è inutile specificarlo: è la regola, anche divertente, di come si possa giocare con i produttori che stanno con le spalle al muro o a volte semplicemente desiderosi di farsi spazio in cantina per la nuova vendemmia, che poi a ben guardare è lo stesso. Alcuni intermediari sono però perfettamente consapevoli dei rischi, sopratutto le piccole enoteche che sarebbero svantaggiate dal Regno della Quantità

E per i produttori? Per alcuni produttori è un gioco che se a breve termine sembra perdente, sul lungo periodo può dimostrarsi un investimento, ma bisogna essere dello stesso impasto commerciale degli intermediari e passare più tempo in ufficio che sul trattore. Per tutti gli altri si tratta solo di forche caudine.

  • «Ma se sono le leggi di mercato a fare i prezzi, se un rivenditore compra dal produttore 200 bottiglie, ed io ne compro 300, mi aspetto un prezzo almeno uguale! (Anzi inferiore, visto che io pago subito ed in contanti ed il rivenditore, di solito, no.)Poi ovviamente, ci sono i rapporti consolidati; la durata del rapporto cliente-fornitore; la simpatia e molte altre considerazioni che possono incidere, ma stanno al margine. Ciò che tu, ed altri, sembrate invece credere — ma vi prego di smentirmi, se sbaglio — è che un rivenditore/enotecaro/etc. debba pagare meno il vino, per il solo fatto di essere una categoria diversa di soggetti, e non in base a considerazioni di mercato come quantità e data dei pagamenti. Io, semplicemente, penso che il mercato se vale, deve valere per tutti. O lo vogliamo invocare, magari associato alla libertà, solo per spiegare perché il prezzo dello champagne in Italia raddoppia?» (commento in “Intravino”)
  • «Una cantina che vende un vino a 11 euro dovrebbe venderlo ad un’enoteca grossomodo ad un prezzo di 7,50 euro + iva. Poniamo che sia una cantina che, come tante, in questo momento trasuda vino per via di un mercato non esattamente prospero per cui, senza viaggiare troppo con l’immaginazione, concede un 20% di sconto in valuta con uno scarico medio (diciamo 50 casse da sei bottiglie in unica soluzione). Aggiungiamo il pagamento anticipato con un classico 5% di sconto e facciamo 2 conti. Prezzo finale = 7,5-20%-5%+20%= 6,84. Qui viene il bello perchè a Roma (io posso parlare solo per ciò che conosco ovviamente) la scontistica viene ribattuta sul prezzo finale e si esce con un ricarico del 30% medio sull’ivato (sui siti online ci si studia per abbassare di 10 centesimi un vino..). A conti fatti il prezzo di uscita gira intorno a 6,84+30/35%… ovvero 8,95/9,25 al pubblico. Forse altrove possono permettersi queste forme di promozione ma nella mia città un produttore con una simile idea rischierebbe una figuraccia…»
    (commento in “Intravino”)
  • (Contate quante volte appare la parola sconti) «Abbiamo da sempre praticato prezzi con ricarichi onesti sul vino, e sul cibo, diamine abbiamo fatto un’analisi costi abbiamo cercato di conoscerli e di tenerli sotto un’attenta visione, pratichiamo un ricarico di circa un 20-25% dal prezzo di listino, a volte se riusciamo ad avere sconti quantità e sconti vari possiamo arrivare ad un ricarico massimo del 30%, se otteniamo degli sconti molto importanti, mettiamo il vino nel Focus Mensile e trasferiamo una parte degli sconti al cliente, in oltre pratichiamo una politica: di praticare il prezzo scaffale da” asporto” anche per chi si siede per desinare o cenare da noi. Cerchiamo di pagare in anticipato per strappare i massimi sconti dalle aziende di organizzare serate per avere ancora sconti.»
    (commento in “Intravino”)

 

IL PRODUTTORE, UN DOPPIOGIOCHISTA PIU O MENO DI FASCINO

Dai blog emerge la figura di un produttore che spesso e volentieri “ciurla nel manico“.

È il produttore che non vuole dire quanto guadagna, e che in genere guadagna troppo e frega il consumatore, è il produttore che dichiara un prezzo sorgente e poi fa sconti per cui il privilegio di aver comprato il vino al prezzo da rivenditore va in fumo, o che utilizza un prezzo sorgente per puntare il dito contro al rivenditore ma poi dei suoi margini non confessa nulla. Fa il doppio gioco, ma senza di lui il discorso non esisterebbe, mantiene il suo fascino e il suo potere attrattivo di creatore che molti gli invidiano e vogliono punire. Alcuni consumatori si arrendono all’evidenza che è difficile andare a sindacare sul prezzo del produttore perché tanto è solo lui che può produrre quella bottiglia, altri sindacano, e altri ancora, i rivenditori, sono convinti che i produttori siano almeno tanto smaliziati quanto lo sono loro e che il prezzo sorgente non passerà innanzitutto perché li penalizza su una inevitabile scontistica che sembra legge. Alcuni pensano addirittura che possa essere un marketing all’inverso: non innalzare il prezzo per dare prestigio al vino ma innalzare il prezzo per far vedere quanto si calano le braghe.

La reticenza di alcuni produttori nel lavorare con il prezzo sorgente alla fine sembra dovuta allo stesso motivo per cui non piace ai rivenditori: i consumatori che hanno gli strumenti per fare delle valutazioni ragionate sono davvero pochi e tutti gli altri si accontentano della visione superficiale che il prezzo gli consente. Del resto con il vino già si sa che siamo nel regno dell’impressione dei sensi e non della logica.

  • «Ricordo che una volta, un produttore della Valpolicella di cui ho rimosso il nome – così non me lo cavate nemmeno con l’ipnosi – mi disse che una bottiglia di Amarone, finita, bottiglia ed etichetta inclusa, gli costava 5 mila lire (c’erano le lire, quindi epoca pre-euro). E che il di più era tutto grasso che colava (per lui). All’epoca gli Amarone costavano dalle 25 mila lire in su, al consumatore (i più ingenui, o onesti). Fate un po’ di conti, e capirete il fiorire di SUV e cantine da architetti di grido che c’è stato in questi ultimi anni… ma soprattutto, capirete il lamento che si leva dalla valle ai giorni attuali.» (commento in “Vinotecaonline”)
  • «Se tu intermediario hai qualcosa da nascondere, allora automaticamente c’è qualcosa che non quadra. Però concordo con te quando affermi che il prezzo sorgente stesso è qualcosa di potenzialmente opinabile. Chi mi dice che già il produttore non ciurli nel manico?»
    (commento in “Intravino”)
  • «Il prezzo sorgente mi da fastidio?? assolutamente no. Sinceramente non vedo cosa mi cambi, il prezzo di vendita per me rimane uguale. La vedo come una bella trovata per dire “ora controllate se loro vi fregano, ma a me non mi rompete i coglioni se per fare questa bottiglia ho speso 3 euro sono cazzi miei.»
    (commento in “Intravino”)

ANTOLOGIA SECONDA PARTE
ANTOLOGIA TERZA PARTE

Autore Nicoletta Bocca

È cresciuta a Milano, con un padre grande appassionato di vini piemontesi. Non avrebbe mai osato sperarlo, ma con il tempo e grazie ai viaggi nelle Langhe, diventa un viticoltore a Dogliani. Rimane però curiosa di altri mondi, le piace ascoltare le persone e raccontarne le storie.