Gennaio 2014. Non fa neanche troppo freddo in quest’alba dolomitica. Siamo a Montagna (BZ), da Patrick Uccelli, insieme a Matteo Gentili ed Enrico Togni. Abbiamo incontrato questi tre vignaioli perché ritroviamo nel loro percorso dei tratti comuni e perché sono in tre fasi diverse di un cambiamento, in cui emergono le parti salienti del loro vissuto.

 

Matteo Gentili è perito agrario, ha lavorato per più di tredici anni in aziende convenzionali tra Montalcino e il Chianti Classico, dal 2011 ha iniziato a lavorare a Corte Pavone, una delle aziende biodinamiche della famiglia Loacker. Si è avvicinato alla biodinamica soprattutto per l’amore che nutre nei confronti della natura e dell’agricoltura. Spesso nella pratica convenzionale aveva notato come il suo operato andasse contro i suoi principi, generando un profondo senso di insoddisfazione.

 

Enrico Togni ha studiato giurisprudenza, lavora i propri vigneti in Vallecamonica. La sua formazione da viticoltore è di tipo pratico. In 10 anni il suo modo di fare viticoltura è totalmente cambiato. Si definisce “il viticoltore del dipende”, non c’è una regola generale, tutto quello che si fa dipende da una serie di fattori, che vanno dalla stagione alla risposta della singola pianta. Non usa prodotti di sintesi, non diserba e non usa preparati biodinamici.

 

Patrick Uccelli, dopo un tentativo alla facoltà di medicina e uno alla facoltà di filosofia, a 27 anni inizia a studiare viticoltura ed enologia. Laureatosi sia in Italia che in Germania, nel 2008 prende in gestione tre ettari di vigna ereditaria a Salorno, fino ad allora gestiti da un terzista. Il primo anno lavora in convenzionale. La lettura della composizione chimica dei prodotti utilizzati lo spinge ad accogliere la biodinamica nel suo vocabolario quotidiano.

 

 

Il pensiero e la pratica di tre vignaioli in divenire

 

Francesco: Cosa vi spinge a cercare altre tecniche rispetto a quelle codificate nelle pratiche convenzionali? Come mai a un certo punto si smette di applicare una regola consolidata e si inizia un percorso di dubbi e ipotesi alternative?

Enrico: Viviamo in un mondo di convenzioni, ad esempio ci è stato insegnato che uno più uno fa due, ma se ci avessero insegnato che invece fa tre, saremmo convinti di questo. Il problema è che a un certo punto ti rendi conto che non è così, che nella vita le cose non corrispondono mai a una regola esatta e ci sono infinite variabili. Per quanto mi riguarda la cosa bella è quella di cercare di capire e vedere fino a che punto posso spingermi nel cercare di interpretare un problema.

Patrick: La convenzione è una parte fondamentale della vita umana, perché consolida la socialità fra le persone. In un insieme di persone il fatto di chiamare un oggetto con lo stesso nome è fondamentale. Questa è la base, codificare gli oggetti con un nome è una cosa positiva, altrimenti non potremo capirci, ma va collocata lì dove deve stare, è una convenzione, non è la realtà. La convenzione è un moto descrittivo per rendere la realtà che percepiamo spiegabile e comunicabile.

È importante che vada spiegata per quello che è, ossia non è la realtà, ma una descrizione della realtà, sono due cose veramente differenti. La pratica più comune è considerare la convenzione come fosse la realtà, mentre è fondamentale rendersi conto e avere presente che tutte le convenzioni, siano esse il linguaggio, la scrittura, la matematica o la fisica, non sono nient’altro che una descrizione della realtà.

Oggi la scienza mi sembra che faccia un po’ fatica e sia un po’ zoppa, in quanto la convenzione viene usata come una scorciatoia per descrivere la realtà. È questo il problema che abbiamo: peronospora + Dimethomorph uguale a soluzione, problema risolto. Funziona e siamo convinti che quella sia la realtà, invece è solo un modello delle mille interpretazioni possibili, il modello più sbrigativo, perché ci sono viticoltori che il Dimethomorph non lo usano e ottengono lo stesso risultato, che strano…

Enrico: Oppure c’è chi lo usa e non ha risultato lo stesso.

Patrick: Sostituire la descrizione della realtà alla realtà in queste convenzioni è un problema, dovremmo fare un passo indietro e concentrarci sulle implicazioni del problema piuttosto che sbrigarci a trovare una soluzione e mettere al centro la realtà a discapito della descrizione della realtà. Non si tratta di abbandonare un modello e dire “la scienza non la voglio”, non è quello il punto, è semplicemente il tentativo di guardare le cose per quello che sono e non per come vengono convenzionalmente spiegate.

Enrico: Quando mi confronto con i bambini rimango spiazzato, perché hanno una mente talmente vergine e libera che mi accorgo di quanto l’influenza delle convenzioni mi faccia perdere tante volte il senso della realtà.

Patrick: Per lo sviluppo delle persone secondo me è fondamentale l’essere animale — l’astrale — ed è quello che fa il bambino. L’animale non ha convenzioni. Possono esserci le convenzioni fra le persone, ad esempio la convenzione di mangiare alle sette di sera, perché altrimenti la famiglia non si incontra, però bisogna lasciar libere le persone di non mangiare se non hanno fame. Quindi abbiamo la convenzione di sedersi a tavola ed esprimere la socialità e al tempo stesso la libertà di rimanere fedeli al proprio istinto: se non si ha fame non si mangia. Le convenzioni sono importanti da un punto di vista sociale, lo ribadisco.

Francesco: Questa necessità quindi parte dal fatto di non sentire realizzato il proprio istinto? Dal fatto che una determinata convenzione non vi convince?

Matteo: Per me l’arrivo alla pratica biodinamica è stata la conseguenza di più di tredici anni di agricoltura convenzionale, dai quali ho concluso che ci sono dei buchi e degli errori di base troppo importanti. Rendendomi conto che non funzionava, o non del tutto, o almeno non in maniera integrata con l’ambiente come volevo, ho cercato un’altra soluzione. È chiaro che al giorno d’oggi o ti inventi qualcosa di tuo, o sempre per entrare in qualche convenzione che ti faccia sentire anche parte di un gruppo più sostenuto, più credibile e più sicuro, scegli il biologico o la biodinamica.

Francesco: Quindi la dimensione sociale deve essere in qualche modo soddisfatta.

Matteo: Sì, sentirsi parte di un gruppo è la base dell’animo umano.

Enrico: Che la socialità sia fondamentale è vero. Fare o non fare una scelta di questo tipo non è una questione di coraggio o di codardia, è anche una questione di fortuna. Se non incontri certe persone questi ragionamenti è più difficile farli, magari senti un disagio, ma fai fatica da solo a trovare una via d’uscita. Noi siamo dei privilegiati, perché possiamo fare agricoltura, entriamo veramente in contatto con la concretezza della terra, non ragioniamo in astratto. Una persona che lavora in ufficio e fa la spesa fidandosi di quello che c’è scritto sull’etichetta ha una distanza enorme da quello che vediamo noi.

Matteo: Io a ventisei anni vivevo con una ricca busta paga. Quando sono arrivato a scoppiare, per il livello di insoddisfazione divenuto insopportabile, mi sono detto: piuttosto vado a vivere in una tenda ai giardini pubblici e mi lavo alla fontanella, però basta, con questa vita ho chiuso.

Enrico: Hai detto una cosa che penso accomuni tutti e tre, noi siamo arrivati a un limite nella nostra vita.

Patrick: Bravissimo! Non hai più niente da perdere o vuoi perdere tutto.

Enrico: O vai avanti così, perché hai troppo da perdere, oppure decidi di perderlo e vai da un’altra parte.

Patrick: È la situazione estrema che ti porta a cercare un cambiamento, non il malessere medio, nel medio si sopravvive.

Enrico: Noi possiamo permetterci il lusso di sbagliare, i contadini di una volta no, se sbagliavano morivano di fame. Per questo dico che ora l’errore è parte fondamentale della crescita di una azienda. Per migliorare bisogna stare sempre sulla soglia del limite.

Patrick: L’agricoltore di cento anni fa non guardava il limite come facciamo noi, tirava fuori il massimo dell’annata, perché non sapeva quanto l’inverno fosse lungo, faceva più scorte possibili. Quando sento parlare di ritorno alla natura mi viene il pelo alto come i gatti! Io non ho voglia di tornare nelle palafitte e nelle grotte a fare i murales in Valcamonica, per cui è un bene che ci siamo lasciati alle spalle certe necessità, ma dobbiamo sapere cosa ci ha preceduto. Tornare alla natura e il collegarsi alla natura sono due cose molto differenti.

Francesco: Nel percorso che state facendo, per voi è più importante cercare di cambiare il mondo o i due metri di superficie che vi stanno intorno?

Enrico: A me piacerebbe essere come un virus. Faccio quello che posso fare, non potrò mai cambiare il mondo, ma penso anche che se nei due metri che ho intorno riesco a condizionare la vita di quello che confina con me, e a sua volta lui cambierà i suoi due metri, che condizioneranno il suo confinante, alla lunga e lentamente forse il mondo lo si cambia, ma è logico che ognuno deve fare la sua parte.

Quando altri viticoltori vengono da me per chiedermi cosa ho fatto in vigna e perché, non ho problemi a spiegarlo, ma aggiungo anche che questo vale per me, non posso dire: fallo anche tu. Vuoi provare? Ti dò una mano, ci ragioniamo e iniziamo un po’ alla volta, ma non posso calartelo dall’alto. Calare dall’alto ad esempio è quello che hanno fatto i consorzi agrari negli anni ‘70 e i risultati sono davanti ai nostri occhi.

Francesco: Sarebbe come prendere i trattamenti biodinamici e farne un metodo senza sapere perché lo si sta facendo, non cambia molto. Inquini meno la terra, ma la sostanza non cambia.

Enrico: Adesso c’è un po’ questo dilagare del biodinamico. Prima bisogna prendere confidenza con un metodo, non ci si può improvvisare da un giorno all’altro, magari solo perché va di moda.

Patrick: Il preparato non fa eccezione in questo senso.

Io non so se voglio cambiare il mondo, ho un’altra necessità, in tedesco si dice Offenbarung, si può tradurre come qualcosa che si svela. Ecco, io ho necessità che sia il mondo a cambiare me nel momento in cui riesce a svelarsi per quello che veramente è. Togliere le convenzioni e qualsiasi tipo di filtro, riuscire a smontare il più possibile le strutture mentali, in modo che il mondo possa veramente svelarsi per quello che è. Non più una descrizione della realtà, bensì osservare la realtà per quella che è.

Enrico: Ti poni in modo più passivo che attivo.

Patrick: Ricettivo, in osservazione. Può sembrare meno attivo, ma destrutturare non è un lavoro facile. La struttura è analisi, quello che ci serve per comunicare, destrutturare è la sintesi: è buono, non è buono.

Enrico: Però la sintesi non deve essere semplificazione, perché questo è quello che fa l’industria.

Francesco: La sintesi deve arrivare dopo un percorso di analisi, non può essere insieme la domanda e la risposta.

Matteo: Cambiare veramente noi stessi e il nostro orticello è già una cosa importante, lunga e impegnativa. Il mondo intorno a noi cambia e si evolve per sua natura, spero che vada nella stessa direzione per il bene del pianeta e la salute di noi tutti, ma non mi sento assolutamente un profeta che deve divulgare una verità acquisita. Mi fa semplicemente piacere poter condividere con altri un’esperienza che per me è sicuramente positiva sotto ogni aspetto.

Francesco: Il fatto di avere una conoscenza tecnica è un limite o un vantaggio nel vostro percorso di cambiamento? Nel senso, questa conoscenza non è che magari non vi permetterà mai di essere completamente liberi, di avere lo sguardo puro di un bambino?

Matteo: Lo sguardo puro di un bambino purtroppo è veramente difficile averlo, quasi utopistico, perché ogni esperienza fatta diventa “influente” e vincola il giudizio di quella successiva, che quindi è già soggettiva e non oggettiva.

Enrico: Se vuoi costruire una moto vai dal meccanico o parti da zero? Devi essere un meccanico, devi sapere cosa stai facendo.

Francesco: Vi faccio un esempio personale. Un giorno mi sono detto: voglio imparare a fare il pane e voglio imparare partendo dal lievito madre. Potevo fare un corso di panificazione, invece ho pensato alla prima persona che sulla terra è arrivata a fare il pane, quindi perché non posso partire da zero e fare tutti gli errori necessari che mi portano ad avere un determinato risultato?

Enrico: Tu stai avvalorando la tesi da cui sei partito: sei arrivato, sbagliando, a conoscere una tecnica.

Matteo: Se fosse andato subito da un panettiere che gli avesse dato un pezzo di lievito madre spiegandogli come fare, non sarebbe cresciuto in maniera così personale e solida.

Enrico: L’errore è funzionale alla crescita, non rinnego questo, da una base però devi partire.

Patrick: Non puoi fare il pane dalla segatura, devi partire dalla farina, questo devi saperlo.

Matteo: La conoscenza e le esperienze precedenti rimangono e sono importanti, ma tendono purtroppo spesso a prendere il sopravvento o entrare in conflitto con le nuove. Trovare un equilibrio non è cosa facile e penso servano anni. Ad esempio, negli ultimi tre anni, nelle nostre zone si sono verificate delle “scottature” nelle parti di vigna esposta a sud. La mia prima risposta, automatica, è stata: è una bruciatura da sole, quindi o si coprono le piante con un telo, o non si defoglia. Confrontandomi con un agronomo biodinamico che da anni ragiona esclusivamente in maniera biodinamica, la sua risposta è stata: “Non devi guardare in maniera semplicistica — il sole brucia l’uva quindi metto qualcosa tra il sole e l’uva — non è quello il problema. I grappoli sono tutti bruciati? No. In una pianta ci son due grappoli bruciati e gli altri sono sani. Il problema è della connessione al cosmo e della resistenza insita nell’individuo. È vero che se ci metti il telo protettivo l’uva non si brucia, ma il problema, per risolverlo veramente, non devi indagarlo partendo da un ragionamento di causa-effetto.”

Quindi vi dico, dopo due anni in biodinamica, che è bellissimo aver lavorato tredici anni in convenzionale, tutt’ora mi vanto di avere una grande esperienza, perché a occhio so riconoscere duecento varietà diverse, so potare in dieci modi diversi, conosco i trattori, so ripararli. Però mi rendo conto che, fondamentalmente, quando mi pongo un problema sono ancora legato a questa esperienza precedente, che è importante, ma mi limita molto nel processo di cambiamento.

Patrick: Per l’agronomo biodinamico vale lo stesso discorso, perché lui da trent’anni vede il mondo attraverso la stessa ottica. Perché può essere legato solo a quel modo di vedere? Incontratevi nel mezzo. Lui giustamente si sforza di trovare la risposta nell’ambito nel quale è stato formato ed è difficile che possa cercarla nel telo di protezione, perché ovviamente non è una risposta sufficiente, ma se sono tre anni che l’uva si brucia, intanto metti il telo e proteggila, nel frattempo cerca la soluzione andando oltre al principio di causa-effetto.

 

Senza accorgercene il giorno si è fatto sera e questa prospettiva di incontrarsi a metà strada ci sembra concludere nel modo migliore questa giornata. Modi nuovi e diversi di vedere le cose possono aiutarci a capire sempre meglio quello che facciamo e quello che siamo. Per concludere con una battuta di Patrick: “Una bella giornata, molto piena di spirito. In più forme…”.

 

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Autore Francesco Orini

Fotografo, editore, degustatore per passione e nomade per vocazione. Quando non è in viaggio a bordo del suo camper lo si può trovare in cucina o nel suo giardino segreto fra viti ed erbe aromatiche. Se fosse una canzone, sarebbe “Io sono uno” di Luigi Tenco.