Non si sono fatte attendere, alla pubblicazione del nuovo disciplinare voluto da VinNatur, le reazioni dell’universo che ruota intorno al vino, e al vino naturale in modo particolare.
Reazioni nella maggior parte dei casi negative o scettiche, cosa non difficile da immaginare in un movimento, quello del vino naturale – la parola non è scelta a caso – la cui epopea e le cui dinamiche assomigliano sempre di più e sempre più grottescamente a quelle della Sinistra, lungo tutta la sua storia. Così, a seconda che si sia trozkisti o dalemiani, giacobini o maoisti, socialdemocratici o disobba, si può pensare che il disciplinare di Maule sia troppo morbido («50 mg/l di solforosa in un bianco?!») o troppo estremista («50 mg/l di solforosa in un bianco?!»); lo si può accusare di voler “mettere il cappello” su tutto il movimento del vino naturale, facendone cosa propria, oppure gli si può rimproverare di denominare il vino “vino VinNatur” anziché “vino naturale”, tradendo così il Fine Ultimo, ovvero il riconoscimento dell’agognata dicitura; si può discettare sui micron delle filtrazioni oppure, come ha notato più d’uno, sull’ambiguità della questione “lieviti&fermentazioni”, una delle preferite dalla blogosfera. L’eresia, secondo il correntone degli Spontaneisti, consisterebbe nell’aver vietato soltanto i lieviti selezionati commerciali, e non quindi la selezione dei propri lieviti o il pied de cuve, quasi che la fermentazione dovesse necessariamente essere randomica, incontrollata e soprattutto incontrollabile. 

 

Non sono mancate, d’altra parte, le riflessioni serie e argomentate, come quella di Corrado Dottori, che dalle pagine del suo blog imputa all’istituzionalizzazione del vino naturale, all’essere scesi a patti con il Ministero, la morte stessa del vino naturale, o quantomeno del suo abbrivio rivoluzionario e contro-culturale: «La vera e potente insurrezione dei vignaioli naturali (…) non riguarda tanto, o non solo, quello che c’è o non c’è nella bottiglia di vino da loro prodotto, ma la ridiscussione profonda della relazione fra agricoltura ed industria, fra città e campagna, fra cultura e natura, fra tecno-scienza e vita biologica. Ridurre il vino naturale a un disciplinare di produzione significa piegarsi al gioco del “nemico”, ridurre il proprio percorso ad una questione in definitiva ancora una volta tecnica (…), riconducendo per l’ennesima volta la Natura all’Uomo, quando l’utopia del vino naturale stava invece nel ritorno dell’uomo nella natura (non da buon selvaggio, ma da animale sociale storicamente determinato! Cioè qui e ora, dopo quasi 50 anni di riflessione su ecologia, consumismo, sviluppo e decrescita)». 

 

Sono parole da cui traspare in maniera chiara, nel bene o nel male, l’approccio intriso di cultura politica di chi le ha scritte; vi si potrebbe contrapporre, tanto per proseguire con gli stereotipi, la venetudine del pragmatico Maule, che mentre gli altri temporeggiano tra Aventini, Convenzioni e Internazionali va avanti per la sua strada, diventando di fatto l’unico interlocutore tra istituzioni e vignaioli naturali. Né si può negare che un compromesso – o una compromissione – con il Potere sia rischioso, e il pericolo principale è probabilmente esserne fagocitati o, come teme Dottori, essere trasformati in un tecnicismo come altri: non so neppure, tuttavia, se sia così conveniente, al tempo degli Zonin biologici e del senza-solfiti industriale, rimanere in una riserva indiana, asserragliati in un Komintern del tutto discosto e sconosciuto dai normali bevitori, là fuori. Anche perché, in ultima analisi, non sono proprio “là fuori” le fiere dove i vignaioli, più o meno insurrezionalisti che siano, vendono il proprio vino?

 

Autore Giorgio Fogliani

All’università ha oscillato tra il greco antico e quello moderno, finendo chissà come per approfondire il primo. Lasciata l'accademia, lavora come editor freelance, ma solo per le riviste che gli piace leggere. Ha vissuto in Veneto, a Tolosa e a Parigi, poi ha scelto Milano